Alberto Sordi: “In Italia si dice che il popolo è sovrano. Ma sovrano de che?”

Uscito il primo libro sulla vita privata del grande attore scritto dal cugino Igor Righetti

Di Vittoria Lapi

«Alberto amava ripetere: ‘In Italia si dice che il popolo è sovrano. Ma sovrano de che? Il nostro Paese, purtroppo, ha avuto una classe politica che si è impegnata nella conquista del potere per interessi meramente personali’». Affermava come “nell’Italia politica degli ultimi anni ci fosse tanta mediocrità e che i cittadini venissero trattati da sudditi”. Sono alcune delle tante rivelazioni contenute nel primo libro sulla vita privata dell’attore “Alberto Sordi segreto”, pubblicato da Rubbettino (www.rubbettinoeditore.it) e scritto da chi Sordi lo ha conosciuto bene e frequentato in tante situazioni familiari e non sul set, per motivi professionali o per interviste ufficiali, ma in quanto cugino: Igor Righetti, parente da parte della madre dell’attore Maria Righetti, giornalista professionista e docente universitario di Comunicazione, autore e conduttore del fortunato programma quotidiano “Il ComuniCattivo” andato in onda per 12 anni consecutivi su Rai Radio 1 con versioni televisive su Rai2 e all’interno del Tg1 libri su Rai1.

La versione ebook del volume, il primo libro digitale autografato mai realizzato finora, riscuote grande successo non soltanto in Italia, ma anche in Europa, Argentina, Stati Uniti e Australia, dove Alberto Sordi è tuttora molto amato.

Il volume (212 pagine, 15 euro) presenta, per la prima volta, anche le testimonianze di alcuni cugini di Alberto: da parte della madre Maria Righetti e del padre Pietro Sordi. Hanno voluto condividere i loro ricordi Renato Ferrante, Alberto Isopi, Carlo Filippo Livignani, Roberto Righetti, Gianfranco Sordi, Mirella Sordi e Rosa Sordi. Ci sono, inoltre, i ricordi inediti di alcuni suoi amici che lo hanno frequentato in modo assiduo e di personaggi del cinema e della tv con i quali ha lavorato: Tiziana Appetito, l’attrice Piera Arico che ha recitato in diversi film con Alberto (moglie di Gastone Bettanini, suo grande amico e primo segretario-agente fino al 1965) e la figlia Fiona Bettanini, Rino Barillari, Pippo Baudo, Alessandro Canestrelli, Elena de Curtis (nipote di Totò), Sandra Milo, Sabrina Sammarini (figlia di Anna Longhi) e l’ex annunciatrice Rai Rosanna Vaudetti.

Non manca l’intervista di Igor Righetti a Patrizia de Blanck ricca di aneddoti divertenti. Di grande interesse le due interviste inedite ad Alberto realizzate dal giornalista Luca Colantoni (1995) e dalla regista e produttrice cinematografica Donatella Baglivo (1997). Infine, lo storico del doppiaggio italiano Gerardo Di Cola analizza i doppiaggi degli attori ai quali Sordi ha dato la voce e i film in cui lui stesso è stato doppiato. Personaggi che, assieme a Igor Righetti, hanno contribuito a rendere pubblica la vita reale, e mai raccontata, di Alberto Sordi.

“Alberto Sordi segreto”, la cui prefazione è di Gianni Canova, rettore e professore di Storia del Cinema e filmologia all’Università IULM di Milano, è un libro che milioni di fan dell’attore attendevano da tempo per conoscere, finalmente, il lato privato del loro mito e avere le risposte alle tante domande che si sono sempre posti. Del resto, chi meglio di un familiare che ha frequentato Alberto Sordi assieme alle rispettive famiglie può conoscere veramente fatti e antefatti? Di Alberto Sordi si sa soltanto che fosse riservatissimo. Con il pubblico, a cui era molto legato e riconoscente, e con i suoi collaboratori ha condiviso la sua vita professionale, ma mai quella privata.

Il libro è l’omaggio editoriale del centenario della sua nascita e farà scoprire, per la prima volta, chi fosse il grande attore fuori dal set, dalle interviste e dalle apparizioni televisive ufficiali. Rivela, inoltre, le tante menzogne raccontate su di lui. Un volume unico sia per gli aneddoti e le curiosità sia per le decine di foto esclusive provenienti dagli album di famiglia di Igor Righetti e da Reporters Associati & Archivi. Immagini fuori dal set, durante le pause di lavorazione dei film e scatti personali mai visti.

Alberto Sordi non amava l’ostentazione e la sua vita privata era blindata. A quei parenti che ha frequentato di più ha sempre fatto una raccomandazione: “I vostri ricordi con me e con i nostri cari – rivela Igor Righetti – raccontateli soltanto quando sarò in ‘orizzontale’. Allora mi farete felice perché sarà anche un modo per non farmi dimenticare dal mio pubblico che ho amato come fosse la mia famiglia e per farmi conoscere alle nuove generazioni”.

Spiega l’autore: “Così abbiamo fatto. Io l’ho ricordato spesso nei miei articoli sui vari giornali con cui collaboro e su quelli che dirigo come ‘Mese per Mese’ e il quotidiano ‘Mesepermese.it’ nonché nei miei programmi radiotelevisivi sulle reti Rai. Ho aspettato, però, il centenario della sua nascita per celebrarlo con questo libro lontano dai luoghi comuni, dalle tante inesattezze e invenzioni dette finora da chi afferma di essere stato grande amico e confidente di Alberto, dal pressappochismo becero e dalle numerose falsità raccontate da chi ha bisogno di trarne vantaggi esclusivi. Da quando è morto sembrano diventati tutti suoi amici. Ma era davvero così? Un volume che farà scoprire a tutti coloro che hanno amato e che amano tuttora Alberto, le sue abitudini, la sua umanità verso i più bisognosi, il suo modo di affrontare la vita, il suo rapporto con la famiglia, la spiritualità, gli amori nascosti, le manie, i rimpianti, le maldicenze su di lui, con quali suoi colleghi attori c’era una certa ruggine, il suo pensiero sulla politica e sui politici. Perché Alberto è entrato nel cuore di tutti e, probabilmente, è stato ed è tuttora l’attore italiano più amato”. Un piacevole libro utile anche alle nuove generazioni perché la memoria storica di un grande attore come Sordi non vada perduta e, al contrario, rigeneri.

 

Scrive Gianni Canova nella prefazione: “Il libro di Igor Righetti ha il pregio di aiutarci a riscoprire l’attore dietro i personaggi che ha interpretato e l’uomo dietro l’attore che ha dato vita a quei personaggi. Ha il pregio di sfatare luoghi comuni. Di aprire l’album di famiglia e di svelare un Sordi inatteso. Nei suoi rapporti con il padre, con la famiglia, con le donne, con il denaro. Igor Righetti, che ha con Sordi un legame di parentela diretto, ci aiuta a entrare nelle pieghe e nei segreti della sua vita. Ma senza voyeurismo, senza pettegolezzi, senza scandalismi. Mosso da una volontà di comprensione e di narrazione che aiuta tutti noi a capire meglio come e perché abbiamo tanto amato quest’uomo di spettacolo, e l’abbiamo sentito vicino a noi anche quando non ci siamo identificati con i personaggi a cui ha dato vita”.

Numerose le presentazioni-spettacolo del libro che si tengono questa estate in tutta Italia. Per informazioni: redazione@mesepermese.it.

Perché non ha mai interpretato personaggi politici

Alberto Sordi ha interpretato tanti personaggi, ma mai i politici in quanto, diceva, che recitavano già loro e che sarebbe stata una sovrapposizione inutile. Con la sua ironia sottolineava che qualche parlamentare avrebbe meritato l’Oscar per la credibilità delle loro interpretazioni. Negli anni Cinquanta, la Democrazia cristiana gli chiese di fare il sindaco di Roma. Pur cattolico declinò l’invito. Altre proposte di entrare in politica le ricevette un po’ da tutti i partiti. Affermava che nell’Italia politica degli ultimi anni ci fosse tanta mediocrità.

Alcuni estratti delle rivelazioni e degli aneddoti contenuti nel libro

Perché i genitori lo chiamarono Alberto

Pietro Sordi e Maria Righetti si sposarono il 10 luglio 1910. Il loro terzogenito morì pochi giorni dopo il parto, il 24 maggio del 1916. Si chiamava Alberto. Maria non superò mai quel lutto: soltanto con la preghiera riusciva a lenire il grande dolore. Quasi nessuno, se non i parenti che furono vicini alla coppia in quel momento drammatico, conosce questo particolare. Pietro e Maria preferirono tenere questo dolore dentro di loro. Anche Alberto ne parlò soltanto una volta con mio padre, ma cambiò subito argomento. Lui sapeva che il suo nome gli fu dato proprio in ricordo del fratello scomparso. E anche per questo motivo non voleva essere chiamato Albertone.

I suoi cibi preferiti e quelli non graditi

Alberto era rimasto semplice anche nel mangiare: alle ostriche e allo champagne preferiva la bruschetta e un bicchiere di vino. E in estate non si faceva mai mancare l’anguria. Alla quantità preferiva la qualità. Cucina romana e italiana senza concessioni per quella etnica. A pranzo, nella sua casa, mangiava di solito un piatto unico: spaghetti al pomodoro con le polpette che lui adorava. Alla pasta non sapeva rinunciare: dagli spaghetti alle fettuccine, dai bucatini agli gnocchi ma sempre al sugo di pomodoro, mai in bianco. Al bando piatti pasticciati, panna e besciamella. Gli piaceva molto il pesce (ma guai a non proporglielo già pulito dalle lische) ed era goloso di Nutella che metteva pure nel caffè e latte. Con la minestra di verdure aveva un pessimo rapporto dato che era il piatto che la madre gli faceva spesso da bambino a causa delle ristrettezze economiche. Non mangiava mai i funghi in quanto lo terrorizzavano: li riteneva tutti velenosi.

Il nonno fornaio a Valmontone

La mamma Maria Righetti era nata a Sgurgola, in provincia di Frosinone, mentre il papà Pietro a Valmontone, in provincia di Roma, dove il nonno faceva il fornaio. In omaggio al padre, in due suoi film citò il nome della cittadina: ne “Il marchese del Grillo” e ne “Il tassinaro”.

Nel suo amato cinema-teatro tolti i divanetti di velluto voluti da Alberto e sostituiti con sedie di plastica

A proposito della sala cinematografica-teatro dove Alberto vedeva i film con, al suo interno, un vero e proprio palcoscenico, il soffitto ricoperto totalmente con bassorilievi a forma di pellicola e ai lati alcune sculture di Ceroli rappresentanti l’allegoria delle arti, lascia attoniti la recente scelta di aver sostituito i meravigliosi divani di velluto di colori diversi (voluti da Alberto) della platea con file e file di anonime sedie in plastica blu che si possono trovare in un qualunque centro congressi.

Sedie che hanno tolto quel fascino voluto e pensato da Alberto con i divani di velluto che rappresentavano lo spirito e l’essenza del suo modo di concepire quello spazio intimo e raccolto a lui tanto caro. Dal 2015, tra l’altro, gli oggetti della villa sono sotto tutela dei Beni culturali. Quando si destina a museo la casa di un personaggio tutto dovrebbe restare come il personaggio ha voluto gli ambienti per evitare di creare un falso agli occhi del pubblico che, per la prima volta, la visita convinto di avere di fronte la versione originale.

Alberto voleva destinare la sua villa a orfanotrofio

“In questa casa – disse Sordi – non c’è mai stato il sorriso di un bambino”

A quei familiari che gli erano più vicini, così come alla sua segretaria storica Annunziata Sgreccia, alla contessa Patrizia de Blanck con la quale ebbe una love story nei primi anni Settanta, al medico di fiducia della famiglia dal 1992 al 2011 nonché grande amico Rodolfo Porzio, Alberto ha sempre detto di voler destinare la sua villa faraonica a orfanotrofio. E Aurelia, l’ultima delle sorelle morta nel 2014 a 97 anni, voleva rispettare il desiderio del fratello.

“Il professor Porzio, che operò Alberto più volte negli anni – scrive Igor Righetti nel volume –  ribadì le volontà di mio cugino anche durante un’udienza del processo penale che si svolse a Roma sul presunto raggiro da 2,3 milioni di euro ai danni della sorella Aurelia”. Nel 2019, in primo grado, l’autista, il notaio, gli avvocati e i domestici sono stati assolti perché il fatto non sussiste. Un processo che aveva visto imputate nove persone accusate a vario titolo di circonvenzione di incapace e ricettazione. Il pubblico ministero Albamonte ha appellato la sentenza di primo grado. La magistratura, quindi va avanti.

“Se fosse vero quanto ha dichiarato il professor Porzio sotto giuramento in merito alla volontà di Alberto di voler destinare la sua villa a orfanotrofio – afferma Igor Righetti – dovremmo pensare che Aurelia abbia disatteso le priorità del fratello, ma questo noi familiari rifiutiamo di crederlo. Chi conosceva veramente Alberto sa che frequentava gli orfanotrofi e che aveva adottato a distanza decine di bambini, filantropia sempre fatta in silenzio, come era il suo stile. Alberto spiegò anche il perché di quella sua decisone: ‘In quella casa – disse –  non c’è mai stato il sorriso di un bambino’. Dopo aver costituito la Fondazione per gli anziani e quella per i giovani artisti con poche possibilità economiche, l’apertura dell’orfanotrofio sarebbe stato il compimento della grande generosità umana che lo ha sempre caratterizzato. Un museo dedicato a lui, in effetti, sarebbe stato lontano dal suo modo di essere, estremamente riservato. La sua villa l’aveva sempre protetta da sguardi indiscreti con estrema fermezza e mai avrebbe voluto che fosse mostrata al pubblico. L’avrebbe sentita come una violazione della sua intimità. Dall’altro canto si capisce la morbosità della gente che nulla aveva mai saputo o visto della vita privata di Alberto. Curiosare nelle stanze in cui dormiva, nel suo bagno, nella barberia o vedere il suo guardaroba per alcuni può avere un fascino particolare”.

Sulla villa trasformata in museo interviene anche Patrizia de Blanck: “Secondo me adesso Alberto si starà rivoltando nella tomba. Lui detestava le autocelebrazioni e mai avrebbe voluto orde di curiosi nelle sue stanze. Più volte mi confidò di volerla lasciare a un istituto religioso che accoglieva bambini privi di famiglia. Questo era Alberto Sordi che ho conosciuto io. Tra l’altro questa Fondazione Museo non l’ha neppure creata lui, so che è nata diversi anni dopo la sua morte”.

Il suo rimpianto più grande: non essere stato candidato dall’Italia agli Oscar

Alberto ha interpretato con maestria ruoli drammatici e comici raccontando l’Italia e gli italiani. Nella sua lunga carriera artistica durata oltre sessant’anni e con più di 200 film all’attivo (ma lui stesso ne aveva perso il conto) ha ricevuto tanti riconoscimenti prestigiosi (nove David di Donatello, sei Nastri d’argento, un Orso d’oro e un Orso d’argento a Berlino, un Golden Globe e il Leone d’oro alla carriera alla Mostra del cinema di Venezia) ma mai l’Academy Award. E aveva un rimpianto: quello di non essere stato candidato dall’Italia agli Oscar. Ma lui ci sperava ancora ad averne uno. Ci raccontò che Charlie Chaplin lo aveva ricevuto a 83 anni. Alberto, invece, è morto a quasi 83 anni, ma l’ambita statuetta non è mai arrivata.

Per colmare questa grave mancanza, assieme all’Associazione “L’Arte di Apoxiomeno” e al suo presidente e direttore artistico dell’Apoxiomeno International Award Orazio Anania, mi sono attivato affinché venga presa in considerazione dall’Academy la possibilità di assegnare l’Oscar alla carriera o un Premio alla memoria ad Alberto, uno dei nostri maggiori protagonisti della cinematografia italiana.

Una soddisfazione, postuma, Alberto l’ha avuta a marzo del 2003, un mese dopo la sua morte: in un filmato in cui comparivano grandi attori e registi scomparsi come Billy Wilder, Rod Steiger e Dudley Moore apparve l’immagine del suo volto in una sequenza del film diretto da Ken Annakin “Quei temerari sulle macchine volanti” del 1965.

Perché l’Italia non lo ha mai candidato all’Oscar? A questa domanda mi rispose che il fatto di essere così popolare e così amato da tutte le fasce di età e di ceto sociale avevano giocato a suo svantaggio: per gli snob della cultura queste caratteristiche nazional-popolari sono viste come negative. In effetti, Alberto non ha mai amato i critici cinematografici, a eccezione di alcuni. Diceva spesso: “In Italia i critici si commuovono soltanto davanti ai sarcofagi. Basti pensare che cosa hanno fatto con Totò, lo hanno beatificato soltanto dopo la sua morte”. Molti critici cinematografici italiani avevano massacrato le interpretazioni di Alberto sia all’inizio della sua carriera sia durante tutta la sua intensa attività artistica. Interpretazioni che invece erano state osannate, per esempio, dai critici di altri Paesi come la Francia e che avevano avuto grande apprezzamento da parte del pubblico e quindi grandi incassi.

Alberto su Nino Manfredi:

 “Se io sono avaro lui è veramente tirchio”

Mi colpì molto Nino Manfredi quando lessi una sua intervista sul quotidiano “La stampa” pubblicata il 9 aprile 1994 dove dichiarava: “Sordi non ha mai fatto altro che se stesso in vita sua ed è per questo che oggi è finito”. A questa affermazione, Alberto, come suo stile, non replicò, ci disse soltanto che Manfredi era stizzito perché consapevole che lui avesse una marcia in più. Il critico cinematografico e giornalista Marco Spagnoli, durante un’intervista gli chiese un commento su quell’esternazione di Manfredi e Alberto rispose lapidario: “Io sono anziano e Manfredi è un mio coetaneo. Soffro di certi doloretti, e sa, sono cose che possono accadere ad una certa età, perché alla nostra età o ti prende alle gambe oppure alla testa. A Nino, evidentemente, non lo ha preso alle gambe…”.

Non a caso a noi familiari non ne ha mai parlato come suo amico. Anzi, ci svelò che se lui era avaro, Nino Manfredi era veramente tirchio. Nel libro lo conferma anche Pippo Baudo: “In una mia trasmissione a Taormina in cui c’erano Vittorio Gassman, Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Nino Manfredi e Monica Vitti insieme, a un certo punto domandai quale fosse il loro rapporto con il denaro. E Nino Manfredi rispose da vero tirchio mentre Alberto Sordi disse: ‘Mi danno del tirchio, ma qui di tirchio ce n’è un altro’. Ed era Nino, lui era veramente tirchio. Poi, onestamente, i fatti hanno dimostrato che Alberto Sordi ha donato tutto, ha fatto il campus Bio-medico di Roma che è un capolavoro e anche all’ospedale Bambino Gesù ha dato un sacco di soldi”. Alberto ne parlò anche con Patrizia de Blanck: “Mi disse che Nino Manfredi era più taccagno di lui. Pensava che fosse indispettito dal fatto che Sordi avesse avuto tutto questo successo senza aver frequentato scuole di recitazione”.

 

In appello il processo penale a carico dei domestici, due avvocati e un notaio

A proposito della lucidità o meno di Aurelia Sordi (morta il 12 ottobre 2014 a 97 anni) prima della firma del testamento in cui designò erede universale del suo patrimonio la Fondazione Museo Alberto Sordi istituita da lei stessa il 31 marzo 2011, venti giorni prima che firmasse le volontà testamentarie (21 aprile 2011), il professor Rodolfo Porzio, già primario dell’ospedale Sant’Eugenio di Roma, medico curante di Alberto e Aurelia, sotto giuramento dichiarò: “Anche dopo la morte di Sordi ho continuato a visitare la signorina Aurelia ogni quindici-venti giorni. Tra gennaio e febbraio del 2011 (il testamento di Aurelia risale ad alcuni mesi dopo, nda) la trovai svanita e con allucinazioni (raccontava con estrema naturalezza che le persone le parlavano dalla televisione e lei rispondeva instaurando un dialogo con loro, nda), tanto che mi raccomandai con il personale di servizio di starle dietro per evitare che facesse atti inconsulti. Non ho mai preso una lira per curare Alberto e Aurelia in quanto c’era amicizia: per me era un onore essere medico di fiducia di Alberto Sordi”. Porzio, inoltre, spiegò: “Vidi la signorina Sordi fino al rientro dalle sue vacanze, a settembre del 2011. A ottobre mi furono chiuse le porte della villa, non mi fu più permesso di entrare e non riuscivo a parlarle neppure al telefono. Mi arrivò una lettera dell’avvocato Martino con la quale mi si chiese di non insistere a telefonare”.

Il professor Porzio ha inoltre ribadito che “Alberto non faceva entrare nessuno nella sua villa” smentendo così tanti personaggi che in questi ultimi anni hanno sostenuto di essere di casa nel ‘rifugio’ di Sordi.

Fu ascoltato anche l’altro medico di Alberto Sordi, Luigi Baratta, che lo assisteva fin dal 1995, il quale confermò le allucinazioni di Aurelia Sordi e al quale fu riservato lo stesso trattamento: “Sono stato il medico di Alberto Sordi per sette anni – ha dichiarato – e ho seguito pure Aurelia, anche se più saltuariamente. Ha iniziato ad avere delle allucinazioni, erano forme iniziali in rapporto all’età: vedeva personaggi importanti della televisione che si rivolgevano a lei. Parlammo anche con il personale della villa dicendo di seguirla attentamente, sottolineando che era necessario avvertirci: da allora è stato impossibile contattarla”. Sempre Luigi Baratta ha affermato che Alberto Sordi “temeva che Aurelia avrebbe trovato difficoltà nella gestione del patrimonio nonostante i suoi sforzi per facilitarle tali compiti”. Del resto Aurelia era una persona semplice e con istruzione modesta.

Allontanati i medici curanti, quindi, così come noi familiari fummo tagliati fuori dalla vita di Aurelia dopo la morte di Alberto. Stessa sorte toccò all’amica del cuore di Aurelia, Giovanna Siciliani, la quale fino all’estate 2011 aveva passato con lei le vacanze estive. Giovanna Siciliani ha dichiarato: “Abbiamo trascorso le vacanze estive insieme per l’ultima volta nell’agosto 2011. Finita la vacanza non sono più riuscita a contattare Aurelia né a rivederla. In precedenza noi ci sentivamo spesso, almeno tre volte alla settimana”.

Noi familiari venimmo a conoscenza dai media del presunto raggiro ai danni di Aurelia in seguito all’inchiesta della magistratura. Eravamo ignari di tutto ciò che era stato ipotizzato dalla Procura della Repubblica, in quanto la linea telefonica diretta di Aurelia era stata disattivata e, negli ultimi anni, ogni volta che chiamavamo in villa, non riuscivamo più a comunicare con lei in quanto il personale di servizio che rispondeva, immancabilmente affermava che Aurelia non era disponibile. Alcuni di noi, non potendola più sentire al telefono, anche soltanto per gli auguri in occasione delle festività, e preoccupati per il suo anomalo silenzio, si recarono addirittura alla villa, ma il personale di servizio non aprì il cancello.

Curiosa anche la sparizione della fedele segretaria di Alberto per oltre cinquant’anni, Annunziata Sgreccia, la quale fu colpita da una malattia che la obbligò ad abbandonare il lavoro e poi al ricovero. Di lei non si seppe più nulla per anni: fu ritrovata grazie all’appello lanciato nel programma di Barbara D’Urso “Domenica Live” su Canale 5. Gli ultimi anni li ha trascorsi in una residenza per anziani in provincia di Roma. La direzione della residenza non consentì di parlarle. Annunziata conosceva tutto della casa dato che si occupava anche della sua gestione domestica e finanziaria. Nel documentario “Alberto il Grande” realizzato dai fratelli Verdone,  Carlo intervistò Aurelia Sordi circondata dai domestici. Francesco Merlo, in un suo articolo pubblicato su “La Repubblica” il 7 maggio 2015, scrisse: “Quando Carlo Verdone andò a girare il documentario ‘Alberto il Grande’ e intervistò Aurelia capì subito che la sua anima era persa”. Merlo riportò anche le parole di Carlo Verdone: “Fu una fatica terribile. Alle domande rispondeva ‘ammappete’, ‘embé’, e solo con il montaggio tirai fuori una parvenza di logica”. E ancora: “Il giudice mi ha chiesto tutto il girato di quel documentario, e lo capisco. Da lì si vede quant’era debole e fragile Aurelia e quant’era facile approfittarsene”. Ma Carlo Verdone, qualche tempo prima, il 21 febbraio del 2013 subito dopo la notizia del presunto raggiro ai danni di Aurelia, raccontò a Michele Anselmi del quotidiano on-line “Lettera 43” una versione di Aurelia totalmente diversa: “Mi cadono le braccia a sentire queste cose. Mi auguro per lui (l’autista Arturo Artadi, nda) che sia un errore, che sia innocente. Aurelia spiegherà tutto. Ha quasi 95 anni, potrà apparire rallentata, ma è sempre lucida e sveglia, come si vede nel documentario”.

Dopo l’azione della Procura noi familiari ci rivolgemmo agli avvocati Andrea Maria Azzaro e Francesca Coppi e fummo ammessi come parte civile al processo penale per aiutare la magistratura a fare chiarezza.

Il rapporto con Carlo Verdone

Nel mio elenco degli amici di Alberto in molti si stupiranno di non trovare il nome di Carlo Verdone, figlio del critico cinematografico Mario Verdone, padre anche di Silvia, moglie di Christian De Sica.

A noi familiari, come anche alla contessa Patrizia de Blanck, Alberto rivelò di non essersi trovato bene sul set del film “Troppo forte”. Ci disse che Verdone aveva avuto paura di essere oscurato da lui in un film diretto da Verdone stesso. Di lui non ci disse altro.

I fatti parlano chiaro: dopo quel film non lavorarono mai più insieme. Quello che colpisce è che da quando Alberto è morto, Carlo Verdone si è imposto sui media come il suo più grande conoscitore rilasciando interviste su qualunque mezzo di comunicazione. Lo abbiamo visto all’interno della villa di Sordi indossare i cappelli usati da Alberto nei suoi film, mostrare a tutti il guardaroba personale del grande attore, si è fatto fotografare alla guida della Fiat 124 familiare che Agnelli regalò ad Alberto. Nel 2013, in occasione dei dieci anni dalla scomparsa di Sordi, Carlo Verdone assieme al fratello Luca, realizzò il documentario “Alberto il Grande” dove, per la prima volta, mostrò al pubblico la villa di Sordi. Chi conosceva bene Alberto sa che non aveva mai fatto entrare né fotografi né telecamere all’interno del suo “rifugio”. Le telecamere dei fratelli Verdone “frugarono” in tutte le stanze: dalla barberia alla camera da letto fino alla stanza guardaroba indugiando sui completi, sulle giacche e sui cappotti che indossava.

“Troppo forte”, Carlo Verdone su Sordi: “Aveva una paura matta di non far ridere più. Il personaggio me l’ha rovinato!”

Carlo Verdone e Alberto Sordi insieme fecero soltanto due film: “In viaggio con papà” nel 1982, per la regia di Sordi, e “Troppo forte” nel 1986, diretto da Verdone. Ma nel secondo film, Sordi non era stato contemplato da Carlo Verdone.

Lo rivelò Verdone stesso, diversi anni dopo la morte di Sordi, in una video-intervista che si trova su YouTube e in un’altra intervista a “Il giornale off.it” ripubblicata sullo stesso il 3 settembre 2014 a firma di Francesco Sala: “Sordi non doveva fare il film. Io volevo Leopoldo Trieste per il ruolo dell’avvocato. Poi, il produttore del film, non so, cose loro, forse un contratto rimasto in sospeso, mi chiama e mi fa: ‘Il film lo fa Sordi!’. E io: ‘Ma non c’entra niente!’. Abbozzai. Dovetti abbozzare con Sordi e lui fece di tutto per far ridere ancora. Aveva una paura matta di non far ridere più, di venire scavalcato da questa ondata di nuovi comici. S’è messo a fare la voce di Oliver Hardy, quei gesti strampalati quel  ‘Di di da da…’. Il personaggio me l’ha rovinato! Non parlo volentieri di quel film, anche se so benissimo che i miei fan lo amano per tutta una serie di assoli: la palude del caimano, l’anaconda, il flipper, per me rimane un episodio, un compromesso. Se io mi mettessi a rifare alla mia età, continuamente, le voci dei miei personaggi di trent’anni fa direbbero: ma che fa Verdone? È patetico”.

L’uscita di Verdone contro Sordi fece (e fa tuttora) indignare i fan di Alberto. Lascia attoniti e amareggiati il modo con cui si espresse su Alberto. Il diritto di critica è sacrosanto, per carità, ma le espressioni e i toni usati da Verdone colpiscono. Entrambe le interviste furono rilasciate da Verdone molti anni dopo la morte di Alberto che così non ha mai potuto replicare. Anche Alberto non si trovò affatto bene a lavorare con lui in quel film, ma non lo ha mai detto pubblicamente. È una questione di stile e di eleganza. Nel cinema, come in altri settori, accade spesso di non trovarsi bene sul set con altri attori. E quando ciò avviene (come in questo caso) l’unico modo per evitare che succeda di nuovo è evitare di ritrovarsi in situazioni analoghe. Cosa che poi è accaduta. Verdone avrebbe potuto risparmiarsi almeno i commenti sull’interpretazione di Sordi che, invece, ha dato al film, a detta di tanti, una marcia in più. Chi fa cinema, poi, sa perfettamente che un nome di grande popolarità e molto amato fa sempre bene a un film e che i produttori pensano anche al botteghino.

Nel 2001, Alberto Sordi aveva affidato all’attuale cardinale Gianfranco Ravasi la “Fondazione Alberto Sordi per i giovani” mettendo nel consiglio di amministrazione personaggi illustri come il presidente di Bnl Luigi Abete e del mondo accademico, i professori Schlesinger e Guarino. Alcuni anni fa, però, il cda fu completamente rinnovato: presidente diventò Carlo Verdone.

 “L’Italia doveva essere turistica e agricola, adesso sarebbero tutti occupati”

 

L’intervista inedita del 1995 di Luca Colantoni ad Alberto Sordi

 

Nel febbraio 1995, l’amico e collega giornalista Luca Colantoni, lo intervistò. Una lunga chiacchierata con lui pubblicata integralmente, per la prima volta, sul libro. Le riflessioni di Alberto sono talmente attuali che sembrano di questi giorni.

Alla domanda di Luca Colantoni, che cosa non si è fatto in Italia, Alberto rispose: “L’Italia non ha seguito un tipo di politica che doveva essere turistica e agricola perché il nostro è un Paese che si basa sul turismo e sull’agricoltura. L’avesse fatto probabilmente adesso saremmo una nazione senza problemi dove tutti sarebbero occupati, da Nord a Sud”.

 

Nel libro, il cd con la prima canzone dedicata ad Alberto Sordi

Il libro viene arricchito con il cd della prima canzone dedicata a Sordi “Alberto nostro”, della quale Igor Righetti è autore, compositore e interprete assieme a Samuele Socci. Il videoclip della canzone si trova sul canale YouTube Alberto Sordi Forever. È stato girato a Trastevere e nelle vie del centro storico di Roma care ad Alberto. Una canzone nata per integrare a livello musicale questo primo volume sulla vita privata di Alberto Sordi e per colmare il vuoto di un brano a lui dedicato. In chiave stornello romano, nel testo della canzone, il cui arrangiamento è stato curato da Phil Bianchi, si raccontano curiosità e aneddoti legati alla vita del grande attore romano con tanto di ipotetico dialogo tra il cantautore Samuele Socci e Sordi stesso, interpretato da Igor Righetti il quale ripropone in romanesco anche alcune celebri e divertenti frasi del suo illustre familiare. Righetti ha scelto di raccontare Alberto Sordi attraverso lo stornello romano in quanto l’attore si divertiva molto con questo tipo di canto popolare. La regia del videoclip è di David Mastinu, direttore della fotografia è Massimo Marzano, i costumi e la scenografia sono di Stefano Giovani mentre il tecnico di ripresa e montaggio è Niccoló De Benedictis.

Quando Alberto Sordi proponeva le sue gag al Giro d’Italia

 

A settembre il Comune di Popoli (Pescara) gli dedicherà il tratto di statale nel quale si fermò e si fece fotografare. Igor Righetti sarà presente alla cerimonia

Il Giro d’Italia del 1950 ci racconta alcuni aneddoti veramente interessanti. La corsa rosa del primo Anno Santo del dopoguerra vide l’affermazione di un ciclista straniero, lo svizzero Ugo Koblet, l’ultima vittoria di tappa di Gino Bartali, una rovinosa caduta del campionissimo Coppi e la partecipazione come animatore di varietà radiofonico di Alberto Sordi, allora voce nota ma volto ancora sconosciuto al grande pubblico. “Nel 1950 – racconta Claudio Ferretti, figlio del radiocronista Mario Ferretti – Sordi aveva una sua trasmissione alla radio, al seguito del Giro d’Italia, in cui faceva varietà. Dal 1949, al Giro d’Italia oltre alla radiocronaca e ai servizi speciali si facevano anche trasmissioni di varietà, leggere, di rivista, come ‘Giringiro’ di Garinei e Giovannini; Sordi proponeva le sue macchiette scrivendo le gag in tempo reale come testimonia un video dell’epoca”. La mattina dell’11 giugno parte da L’Aquila la sedicesima tappa alla volta di Campobasso: lungo il percorso ci sono le ripide e impegnative svolte di Popoli che, per una volta, i ciclisti affronteranno in discesa con meno fatica del solito, ma con maggiori rischi. Sordi si ferma, probabilmente affascinato dal panorama della bella vallata, e si fa fotografare abbracciato al cippo del chilometro 78.  Per ricordare l’evento, in coincidenza con il centenario della nascita del grande attore, il Comune di Popoli, in provincia di Pescara, ha deciso di intitolare il chilometro 78 ad Alberto Sordi. Il tratto di statale, quindi, porterà il suo nome. Il 3 settembre, alla presenza dei familiari di Sordi, Igor Righetti e Renato Ferrante, si svolgerà la cerimonia di intitolazione. Durante la giornata, il giornalista e conduttore radiotelevisivo Igor Righetti terrà la presentazione-spettacolo del suo libro “Alberto Sordi segreto”. A Righetti verrà inoltre donato un ritratto a matita raffigurante Alberto Sordi realizzato dal pittore popolese Alfredo Di Bacco.

Il video-omaggio ad Alberto Sordi del poeta cimiteriale Mauro Petrarca

Anche il celebre poeta cimiteriale, cantautore e musicista Mauro Petrarca ha voluto offrire, con la sua originale ironia, la propria interpretazione scaturita dalla lettura del libro “Alberto Sordi segreto”. Il video è pubblicato sulla pagina ufficiale Facebook (www.facebook.com/albertosordiforever) e sulla pagina YouTube Albertosordiforever. Petrarca si occupa di canzoni sperimentali e ha portato le sue ballate nere “Marta la cornacchia” e “Lo spaventapasseri e suo figlio Austizio” in radio e in televisione. Insegnante di musica è laureato in composizione e si occupa prevalentemente di laboratori di improvvisazione e composizione musicale.

Igor Righetti ha festeggiato Alberto nella via di Trastevere dove si trovava la sua casa

“Alberto avrebbe trascorso il compleanno in mezzo al suo pubblico, non in cerimonie con politici, istituzioni o finti amici”. Come ci avrebbe rappresentati oggi in epoca di Covid-19? La foto dell’attore con la mascherina.

Il 15 giugno, Igor Righetti ha festeggiato il compleanno di suo cugino Alberto Sordi in via San Cosimato, nel quartiere di Trastevere, dove si trovava la casa del grande attore, assieme a Massimo Casavecchia di Trastevere App, il quale con l’amico Walter nel 2012 realizzò a proprie spese la celebre targa in marmo in ricordo di Alberto Sordi dove migliaia di romani, turisti italiani e stranieri si fanno fotografare. Questa targa, quindi, come Igor Righetti svela nel suo libro non è stata realizzata né dal Comune di Roma né da alcun ente o fondazione. Righetti ha preferito festeggiare il suo illustre familiare assieme al pubblico che ha amato e ama tuttora Sordi e non in cerimonie con politici, istituzioni o finti amici di suo cugino. “A differenza di tanti suoi colleghi attori e registi di ieri e di oggi – ha detto Igor Righetti –  Alberto era fuori dal sistema, non è mai stato iscritto a nessun partito politico e con noi familiari se ne vantava. Non si è mai fatto strumentalizzare dalla politica per ottenere il consenso del pubblico. Era il prezzo da pagare per restare un attore libero. Ci diceva che un attore che vuole fare satira come faceva lui doveva avere la mente libera, senza vincoli con nessun partito così da poter interpretare ogni personaggio in modo imparziale e quindi credibile. Il pensiero opposto di tanti registi e comici di ieri e di oggi. È stato l’attore italiano più politicamente scorretto. ‘Io non  vengo dalle scuole, diceva Alberto, vengo dalla gente e parlo come un italiano comune’”. In quell’occasione, Alberto è stato ricordato con una gigantografia di una meravigliosa foto inedita messa a disposizione da Corrado Rizza collocata in via San Cosimato sotto alla targa. Chissà come Alberto ci avrebbe rappresentati oggi in epoca di Covid-19? Una foto di Alberto con mascherina era d’obbligo!