La Polizia di Stato informa – Quando l’odio diventa reato

In collaborazione con il mensile ufficiale “Polizia moderna”

Di Vittorio Rizzi*

L’apologia del nazismo e i continui attacchi antisemiti, i cori razziali nelle curve degli stadi, il pericolo della violenza di matrice suprematista, l’orribile contatore dei femminicidi, gli atti di bullismo contro disabili, le vigliacche discriminazioni contro le comunità gay.  Notizie che leggiamo tutti i giorni: crimini legati dal filo rosso dell’odio contro chi è diverso per razza, religione, genere, orientamento sessuale. Episodi che, al di là di numeri e statistiche, sono il segno di passioni malate che non possono essere sottovalutate e che vanno subito arginate.

Fin dall’antichità l’umanità si interroga sul concetto di odio nel suo significato ontologico, filosofico e morale. L’uomo è naturalmente cattivo o naturalmente buono? Qual è la forza che tiene unito il mondo, il bene o il male? La storia del pensiero e la scienza hanno dato risposte diverse, spesso contraddittorie, a questioni così complesse.

Secondo il filosofo Zygmunt Bauman odio e paura sono vecchi quanto il mondo e non smetteranno di accompagnarlo. Esiste un circolo vizioso in cui si odia perché si ha paura del diverso e quella paura alimenta e rinforza l’odio, in un mondo liquido dall’individualismo sfrenato, dove nessuno è un compagno di viaggio ma tutti sono antagonisti da cui guardarsi. L’incertezza che domina la nostra società amplifica la paura del diverso (sempre esistita) e nasce il bisogno di scaricare su di un bersaglio (sia migrante o ebreo, gay o musulmano, disabile o nero) tutto l’odio e la rabbia repressa.

Tutte queste potrebbero sembrare mere speculazioni filosofiche se non fosse che di odio sono piene ogni giorno le nostre cronache e che i temi dell’odio sono in cima a tutte le agende di chi si occupa di politica, sicurezza e formazione. È importante, quindi, iniziare ad affrontare l’odio come categoria criminologica.

A testimonianza di quanto spesso il concetto sia divisivo, non esiste una definizione giuridica dei crimini d’odio, pur trattandosi di reati fortemente connotati dal pregiudizio per una caratteristica della vittima che attiene a un aspetto profondo della sua identità e di quella del gruppo cui appartiene. Reati che si distinguono per la plurioffensività (colpiscono cioè non solo la persona ma tutta la comunità a cui appartiene e che è connotata dalla sua “diversità”), il cosiddetto under-reporting (non denunciare comportamenti discriminatori, banalizzarli) e l’under-recording (non registrare questi segnali e questi comportamenti come reati d’odio) e per il rischio di escalation.

Materia che richiede una formazione mirata degli operatori e che rappresenta il cuore della missione istituzionale dell’Oscad (Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori), best practiceitaliana, originale nel panorama internazionale, che opera dal 2010 nel Dipartimento della pubblica sicurezza per ottimizzare l’azione delle forze di polizia a competenza generale nella prevenzione e nel contrasto dei reati di matrice discriminatoria.

La sfida perché tolleranza e inclusione diventino aspetti fondanti della nostra società è ancor più complessa se è vero che alle minacce del mondo reale si affiancano oggi i pericoli dell’odio on line, l’hate speech, con potenzialità devastanti sulle vittime a fronte di strumenti di contrasto che non hanno ancora quella tempestività che imporrebbe la velocità diffamante del web.

L’antidoto più potente non può essere allora che la cultura per combattere l’ignoranza di chi ha paura del diverso, di chi si chiude negli stereotipi e non sa guardare oltre. E le forze di polizia giocano un ruolo centrale nel bloccare ogni forma di intolleranza prima che degeneri in sofferenza, distruzione e morte con crimini che hanno già infamato la storia dell’umanità. Niente deve essere sottovalutato, la mente va mantenuta sempre lucida perché “il sonno della ragione genera mostri”.

*Vittorio Rizzi, direttore centrale della polizia criminale, presidente dell’Oscad