Fisco e imprese – Il regime fiscale di raccoglie tartufi

A cura di Francesco Reale, dottore commercialista, revisore legale, consulente Terzo settore, esperto in crisi di impresa e strategie di risanamento (www.centroserviziassociati.it)

Questa volta parliamo del regime fiscale di chi raccoglie tartufi in modo non professionale e, se non ce la fa a mangiarseli tutti, desidera venderli ai ristoratori. Perché parliamo di tartufi? Semplice: perché ne vado matto!

La vendita occasionale di tartufi è un’attività innanzitutto regolata in via amministrativa, nel senso che il raccoglitore deve avere un’autorizzazione per “prodotti selvatici non legnosi” rilasciata dalla Regione o da altro Ente equivalente, di cui alla classe Ateco 02-30 (tra cui anche i tartufi) e di piante officinali spontanee di cui all’art. 3 del D. Lgs. 75/2018.

La vendita si intende occasionale non perché uno ci vada ogni tanto (magari ci va pure tutti i giorni, ma non trova mai nulla). L’occasionalità è dettata dal volume delle vendite che, per ogni anno, non può superare i 7 mila euro. Per tale reddito, il raccoglitore ha una piccola imposta sostitutiva da liquidare due giorni dopo San Valentino tramite compilazione del famigerato F24. L’ammontare è assai basso: si riesce a pagarla a occhio e croce con un paio di piccoli tartufi neri da mezz’etto l’uno: è di soli 100 euro.

Ora: è evidente che non tutti coloro che raccolgono tartufi devono pagare un’imposta; per chi non li vende, è sufficiente mangiarli, non farli andare a male e, soprattutto, non conservarli sott’olio. Anzi, credo che la conservazione sott’olio preveda le stesse pene previste per l’omicidio… dal quale del resto non si discosta poi tanto… L’imposta è dovuta solo per chi li vende. Nel caso in cui il raccoglitore-venditore abbia anche altri redditi oltre a quelli derivanti dalla commercializzazione dei tartufi, ebbene non abbia paura: l’ammontare ricavato dalla vendita dell’amato tubero non fa cumulo con eventuali altri redditi.

L’aspetto più interessante è quello del ristoratore. Non solo perché il suo menu sarà più gradevole bensì perché, trattandosi di un imprenditore, avrà bisogno di portare in detrazione il proprio acquisto. E come farà? Semplice: compilerà una ricevuta che poi porterà dal commercialista. Il documento di ricevuta dovrà indicare la data, gli estremi del raccoglitore di tartufi (compreso il codice fiscale) nonché il codice di ricevuta del versamento di quegli sporchi 100 euro di imposta, la quantità e l’importo.

Ovviamente, per ragioni di tracciabilità del prodotto, è necessario che il documento riporti la provenienza dei tartufi: questo servirà anche perché, con periodicità annuale, chi ha acquistato la merce dovrà comunicare, alle Regioni di appartenenza, la quantità venduta e la provenienza territoriale.

Una cosa importante: la ricevuta fra il raccoglitore e il ristoratore, a pena di invalidità, oltre a contenere tutte le informazioni che abbiamo indicato, deve essere bollata. Del resto, l’imposta di bollo per restare in tema… è un po’ come il prezzemolo!

Francesco Reale