Fisco e imprese – Lavoratori autonomi, ridenti e forfettari

A cura di Francesco Reale, dottore commercialista, revisore legale, consulente Terzo settore, esperto in crisi di impresa e strategie di risanamento (www.centroserviziassociati.it)

Nei confronti dei cosiddetti “partner europei”, l’Italia segna una differenza notevole dal punto di vista della legislazione. Quando gli altri Paesi dell’Unione varano normative di favore, la penisola tricolore glissa, arranca, si gira dall’altra parte, prende tempo… Quando invece si tratta di tirar fuori leggi “a pera”, che sviliscono i cittadini, l’Italia è all’avanguardia – basti pensare al modo in cui ha vilipeso il business della sigaretta elettronica, praticamente azzerato dalle accise introdotte quando un genio dell’Agenzia delle entrate ne ha calcolato il possibile introito.

Ma noi non dimentichiamo chi siamo: una rivista che volge il proprio sguardo ottimista e sorridente alle opportunità migliori. Questo mese parliamo di una fiscalità che ci pone al passo con il resto dei Paesi europei, quella del c.d. “regime forfettario”. Si tratta di una agevolazione che prevede un calcolo semplificato della tassazione diretta per tutti i lavoratori autonomi che hanno, o pensano che avranno, un volume complessivo di affari inferiore ai 65 mila euro. Per loro è prevista una tassazione del 15% fra imposte dirette, addizionali locali ed Irap. Ebbene sì, il 15%. Insomma, tanta roba. Siete ingolositi? E ci credo…

Chi può ottenerlo?

Tutti i lavoratori autonomi che iniziano un’attività e quelli che l’hanno già cominciata e, rispettivamente, pensano di avere, o hanno avuto, un volume di affari inferiore a 65 mila euro, anche se suddiviso in più attività differenti. Non possono avvalersi di questo sexy regime soltanto alcune categorie di lavoratori, fra cui quelli che esercitano attività nei confronti di soggetti presso i quali gli stessi lavoratori, nei due anni precedenti, erano assunti come dipendenti, nonché quelli che operano nel settore delle compravendite mobiliari o immobiliari, oltre ad altre categorie residuali.

 

Ci sono altri vantaggi?

Sì! Il primo è l’aliquota, che passa 15% al 5%! Questa ulteriore agevolazione è operativa per i primi cinque anni di attività, riservata a tutti tranne che a coloro che abbiano esercitato, nei 3 anni precedenti l’inizio dell’attività, un’altra attività artistica, professionale ovvero d’impresa; a coloro per i quali la nuova attività costituisce la mera prosecuzione dello stesso lavoro svolto in forma autonoma o dipendente.

Quando viene persa l’agevolazione fiscale?

Come tutte le cose belle, anche il regime forfettario può cessare di avere efficacia. In particolare, la malaugurata ipotesi avviene nel caso in cui venga meno il requisito di accesso previsto dalla legge (per esempio, si supera il volume di affari).

Quali sono le semplificazioni di tipo formale tipiche dei regimi agevolati?

Sono tante. Su tutte, svetta il mancato addebito dell’Iva, ovvero le fatture vengono emesse senza l’imposta sul valore aggiunto – che è un bel vantaggio, nei confronti dei clienti. Di contro, la forfetizzazione impedisce di detrarre l’Iva sugli acquisti. Insieme, e ovviamente, mancano gli adempimenti connessi all’esercizio ordinario (l’obbligo di dichiarazione e di comunicazione annuali e, udite udite, lo spesometro!). Non c’è l’obbligo di registrare corrispettivi e fatture attive e passive. E, infine, non c’è l’obbligo di emissione della fattura in formato elettronico (vi ricordate gli articoli nei quali ne abbiamo parlato? Vi ricordate che fiume di lava infernale è la fattura elettronica? Ecco, così potete comprendere la portata della fatturazione “come una volta”).

Ci sono adempimenti ai fini Iva?

Sì, ma solo di natura formale: l’obbligo di conservazione dei documenti passivi e la certificazione dei corrispettivi.

E gli studi di settore?

Un’altra gemma nel firmamento forfettario è la mancata applicazione del più temuto fra gli strumenti di terrore saldo nelle mani dell’Agenzia delle entrate: il famigerato studio di settore. Esso non c’è!

Come si accede a tanto ben di Dio?

Trattandosi di un regime naturale, i contribuenti che già svolgono un’attività vi accedono senza dover fare alcuna comunicazione preventiva o successiva. I nuovi contribuenti (scommettiamo che saranno una valanga?) hanno l’obbligo di darne comunicazione nella dichiarazione di inizio attività, richiesta ai fini anagrafici; la mancata comunicazione è punibile con una sanzione che può arrivare fino a 2 mila euro ma… chi se la scorda?

 

Francesco Reale