Vino e dintorni – La liturgia del vino: chi produce quello da messa?

A cura di Giovanni Spinelli*, sommelier professionista

C’è un vino naturale che andava di moda molto prima che il fenomeno dei prodotti “bio” esplodesse. È il vino da messa. E quale periodo migliore se non quello pasquale per parlarne? Si tratta di un settore molto particolare che proprio in questi giorni celebra la sua liturgia con il Vinitaly di Verona. Mentre i vini comuni devono rispettare le regole imposte dai vari disciplinari di produzione, del mercato, della critica e delle guide di settore, i vini da messa devono essere prodotti in base alle regole dettate dal Codice di Diritto canonico del 1917, riveduto e messo a punto nel 1983 sotto Giovanni Paolo II. Il canone 924 comma 3 dispone che il vino debba essere “genuino e non corrotto”. In parole povere non deve contenere niente altro che uva. La genuinità viene garantita con controlli su campioni condotti da un vicario foraneo, cui segue il sigillo della curia. Solo così è garantita la validità del sacramento dell’eucarestia.

Non esiste un colore stabilito, ma negli ultimi decenni il classico rosso sangue (di Cristo) è stato sostituito generalmente dal bianco meno visibile in caso di macchia sui paramenti o sulla tovaglia provocata da un parroco goffo. Quindi si può affermare che più che la simbologia poté la lavanderia. Per un altro motivo pratico, la necessità di conservazione (ogni giorno se ne conservano 30 millilitri, quindi una normale bottiglia da 750 millilitri dura in media 25 giorni, a meno che il reverendo non alzi il gomito) spesso si prediligono vini liquorosi, con alta gradazione alcolica, come il Vin santo toscano prodotto da uve Trebbiano e Malvasia. Ma chi produce vino da messa? Spesso si tratta di monasteri, conventi, istituzioni religiose, come il convento di Santa Chiara di Montefalco, da cui proprio grazie al recupero delle barbatelle (piantine) per la produzione di vino da messa è partito decenni fa il rilancio del Sagrantino, uno dei grandi vini dell’Italia centrale. O come l’abbazia di Praglia, nei Colli Euganei, dove i monaci vignaioli producono vini dai nomi evocativi come “Hora prima” e “Sollemnis”. Suggestivi vigneti di monasteri di città si trovano anche a Roma (convento francese del Sacro Cuore a piazza di Spagna) e Venezia (Carmelitani Scalzi). Ma a volte a fare il vino sacro sono anche produttori profani, cantine laiche autorizzate dal vescovo ogni due anni. Pensiamo a Pellegrino a Marsala, in Sicilia, e Martinez, Roberto Bava a Cocconato D’Asti e molti altri che lavorano per il Vaticano. Il prezzo? Tra i 6/7 euro per bottiglie che spesso, oltre al tradizionale formato da 750 millilitri, sono da un litro pieno. Infine, alcuni piccoli consigli di abbinamenti, possibilmente economici, per il pranzo pasquale, evitando di fare nomi. Bianchi leggeri e magari bollicine per gli antipasti, Lambrusco e rossi di buona struttura per i primi e i secondi (nero d’avola, cannonau, aglianico). Moscato, Recioto, passiti o un Barolo chinato per uova di cioccolato e dolci. La messa è finita, il vino no.

*Giovanni Spinelli (www.instagram.com/spingiov63 /www.facebook.com/giospinelli)