I diritti degli animali – Sperimentazioni sui cani in aumento

A cura dell’avvocato Michele Pezone (www.studiopezone.com)

Si attende ancora un’inversione di tendenza in direzione di una ricerca senza l’uso di animali

La sperimentazione animale è un tema più che mai attuale. L’Unione europea ha imposto normative teoricamente finalizzate a sostenere la ricerca con metodi alternativi, nella prospettiva della progressiva eliminazione dell’utilizzo di animali nella ricerca scientifica. Eppure, ogni anno, il numero degli animali impiegati nei laboratori non soltanto non accenna a diminuire, ma in alcuni casi è in aumento. Le ultime informazioni rese pubbliche dal ministero della Salute sono quelle relative al 2017 e ci consegnano un quadro desolante: se il numero totale di animali impiegato è in leggera flessione rispetto all’anno precedente (si è passati dalle 611.707 cavie stabulate, utilizzate e uccise nel 2016 alle 580.073 del 2017) è cresciuto il numero di cani sottoposti a sperimentazione: 639 nel 2017 contro i 486 dell’anno precedente, così come è aumentato il numero dei macachi (nel 2015 erano 224 i primati di questa specie stabulati nei laboratori; nel 2016 il numero è raddoppiato e, nel 2017, è arrivato alle 548 unità).

Questi numeri sono assurdi, tenuto conto che il decreto legislativo n. 26/14 di recepimento della direttiva europea  2010/63/UE  consente di utilizzare solo in casi eccezionali a fini sperimentali cani, gatti e primati, come i macachi (ricordiamo che invece le “scimmie antropomorfe”, come i gorilla, sono assolutamente sottratte a ogni tipo di sperimentazione), cioè solo ove risulti obbligatorio per nuovi farmaci o ricerche finalizzate alla salute dell’uomo, previo parere dell’Istituto superiore di sanità e autorizzazione del ministero della Salute rilasciata all’esito di scrupolose verifiche.

Il predetto decreto legislativo ha anche introdotto il divieto di allevamento in Italia di cani, gatti e primati per scopi di ricerca. Pertanto, l’utilizzo dei predetti animali a fini di sperimentazione avviene mediante acquisizione di questi animali da allevamenti stranieri, ma tale situazione ricorre in gran parte anche per gli animali che potrebbero essere allevati in Italia e, spesso, tali Paesi presentano situazioni ambientali difficili, che non danno garanzie sulle modalità di trattamento degli animali, i quali subiscono poi un ulteriore stress per i lunghi spostamenti.

Un altro dato che sgomenta è quello relativo all’utilizzo di metodiche dolorose: quasi la metà degli animali che sono stati impiegati nella sperimentazione (267.129 che corrispondono al 46% del totale) sono stati sottoposti a procedure dolorose. È incredibile, poi, che gli animali utilizzati per l’istruzione e la formazione (topi, ratti, conigli, maiali, pecore e cefalopodi) siano stati oltre 1.500, nonostante in Italia ci sia il divieto di procedure didattiche su animali, divieto che può essere derogato soltanto per l’alta formazione universitaria.

Ci troviamo, dunque, davanti a un sistema che evidentemente non controlla adeguatamente le procedure che comportano il dolore e la morte per migliaia di animali e non incentiva di fatto i modelli alternativi, come invece richiesto dalla legge nazionale e dal quadro scientifico e legislativo europeo. Questo trend va invertito mediante il concreto sostegno dei metodi di ricerca che non richiedono l’impiego di animali, in modo da coniugare il progresso scientifico con il rispetto della vita in tutte le sue forme.

Avvocato Michele Pezone