Sperimentazione animale in Italia, in aumento il numero dei cani utilizzati

La Lav, Lega anti vivisezione, commenta i numeri pubblicati dal ministero della Salute. “Un metodo di ricerca, quello su animali, che non è mai stato validato scientificamente”

Di Matteo Conte

Sono state rese pubbliche le statistiche riguardanti il numero di animali usati nel 2017 per fini sperimentali. I dati sono stati raccolti secondo le modalità previste dalla direttiva 2010/63 dell’Unione europea dal ministero della Salute e pubblicati nella Gazzetta ufficiale.

Il numero totale di animali è in leggera diminuzione rispetto all’anno precedente passando da 611.707 cavie stabulate, utilizzate e uccise nel 2016, a 580.073 nel 2017. “Un lieve flessione – sottolinea la Lav, Lega anti vivisezione – che non deve colpire favorevolmente perché le leggi nazionali e il contesto europeo chiedono di andare ben oltre questa piccola riduzione, vedendo il ricorso all’animale autorizzabile ‘solo se per ottenere il risultato ricercato, non sia possibile utilizzare altro metodo e dando totale priorità a modelli sostitutivi che non prevedono animali’. Ingiustificabile l’aumento dei cani, 639 nel 2017mentre l’anno precedente erano 486 (inclusi i riutilizzi) specie, il cui ricorso, prevede misure fortemente restrittive”.

In crescita anche conigli, furetti, maiali, bovini, pesci e cefalopodi. Si conferma, inoltre, la triste impennata nel ricorso ai macachi, inaccettabile trend degli ultimi anni, che nel 2015 erano 224, raddoppiando a 454 nel 2016 e ora ben 548, numero che aumenta ulteriormente se si includono i primai riutilizzati in una seconda procedura, con una cifra finale di 586 scimmie.

Aggiunge la Lav: “Bisogna specificare come ‘il ministero possa autorizzare l’impiego di primati non umani solo in via eccezionale’ e la Commissione europea abbia prodotto un report   molto restrittivo in merito, mentre un istituto indipendente olandese, dietro richiesta del proprio Governo, abbia addirittura affermato che si potrebbe interrompere l’uso delle scimmie già da subito, definendolo un modello non sostenibile, non solo per motivazioni etiche, ma anche scientifiche e legali. Animali che nel 99,82 per cento dei casi continuano a essere tristemente importati da Paesi con situazioni ambientali difficili e incontrollate come Asia (54 individui) e Africa (490) e non sono frutto di colonie autosufficienti, come richiesto dalla direttiva dell’Unione europea”.

La direttiva che regolamenta le procedure legate alla ricerca nasce per la “protezione degli animali utilizzati a fini scientifici”. “Scopo che viene puntualmente deluso – afferma Michela Kuan, biologa, responsabile Lav Ricerca senza animali -. Ci troviamo davanti a un sistema che non filtra, controlla e regolamenta a sufficienza procedure che comportano il dolore e la morte di migliaia di animali e, parallelamente, non incentiva modelli alternativi come richiesto dalla legge nazionale e dal quadro scientifico e legislativo europeo con lo scopo di tutelarci. Non sono previsti fondi per lo sviluppo delle alternative e nemmeno incentivi, anzi viene data priorità e voce alla ricerca su animali vista come scienza di serie A, un atteggiamento culturale e scientifico obsoleto che lascia l’Italia in coda all’Europa sia nello sviluppo sia nelle capacità di business con il contesto internazionale”.

Continua Michela Kuan:“Rivolgiamo un appello al ministro della Salute Giulia Grillo affinché assuma l’impegno di invertire questo trend, attraverso un concreto sostegno a favore dei metodi di ricerca che non richiedono l’impiego di animali, favorendo così la nostra competitività sul piano scientifico internazionale e archiviando un metodo di ricerca, quello su animali, che non è mai stato validato scientificamente”.

Continua la Lav: “In aumento anche il numero di animali allevati per il solo mantenimento di colonie geneticamente modificate, 2.538 esseri senzientiin cui si inseriscono geni o tratti di Dna che portano l’informazione legata alla malattia umana, dove metà degli embrioni muore durante il periodo gestazionale, oppure viene soppressa perché nasce priva della modifica genetica richiesta, processo che vuole fare assomigliare all’uomo qualcosa che evidentemente non lo è, tentando di creare artificialmente individui che non sono buoni modelli nemmeno per loro stessi e che nascono già sofferenti alla nascita, la cui sola manipolazione può provocare dolore. Poi, per un esperimento si richiede spesso un solo genere (maschio o femmina) e ciò porta a uccisioni negli allevamenti per esubero, morti silenziose di cui nessuno parla. È incredibile che siano ancora 1.598 gli animali utilizzati per l’istruzione e la formazione(topi, ratti, conigli, maiali, pecore e cefalopodi), nonostante in Italia ci sia il chiaro divieto di procedure didattiche su animali, che prevede deroghe solo per l’alta formazione universitaria”.

“Chi difende la vivisezione – conclude la Lav – si giustifica dicendo che gli animali vengono anche utilizzati per la conservazione della specie, ma le statistiche mostrano un chiarificante numero zero per questo scopo, mentre sono 194.642 gli individui utilizzati per la ricerca di base, applicazione che non prevede nessun obbligo di legge. Quindi chi la fa, e la autorizza, sceglie di fare sperimentazione animale e non può nascondersi dietro il paravento che è un passaggio obbligatorio e se potesse lo eviterebbe, come spesso viene argomentato sui media. Questi numeri, già di per sé troppo alti sono, in realtà, fortemente sottostimati perché non tengono conto di molte categorie come gli animali usati già deceduti, gli invertebrati o le forme di vita non completamente sviluppate, in un calvario al termine del quale arriva la morte. Impressionante, inoltre, che quasi la metà degli animali (267.129 che corrispondono al 46 per cento del totale) vengano sottoposti a procedure con categorie di dolore moderato o grave: per capire che cosa si intende basta consultare la legge che per definire i test relativi a queste categorie usa alcuni esempi tra cui dispostivi cardiaci guasti che provano dolore e morte, trapianto di organi in cui il rigetto può causare angoscia intensa o deterioramento grave, nuoto forzato fino all’esaurimento, privazione di cibo, movimento e isolamento prolungati. Statistiche sfalsate perché l’uomo, per l’animale, rappresenta un predatore e un pericolo quindi simula il dolore nascondendolo e in ogni caso ha vie di comunicazione diverse (non avendo la parola). Di conseguenza, considerando che il responsabile per il benessere animali può essere laureato anche in fisica o scienze infermieristiche, ci chiediamo quali competenze possa avere nel capire il dolore o la fisiologia di un animale?”.