Lo sfarzo di Montecarlo tra curve, scalette, banche e micro-cani con il tight

Di Stefano Adami

Montecarlo è un grande terrazzamento. Un terrazzamento dove la terra a metro quadro vale l’ira di dio. La stazione ferroviaria sembra un’astronave marziana, con un tappo metallico. Il cartello ferroviario recita Monaco/Montecarlo. Come chiamare questo luogo, Monaco? Montecarlo? A vederla dall’alto, questa serie di terrazze a goccia, a foglia, che calano verso il mare, sarà anche bella. Una serie di terrazze che piegano seguendo la costa, come un verme. E la mappa della città, infatti, sembra proprio un verme adagiato lungo il mare. Oppure un piccolo cactus, una pianta grassa. Ma dal punto di vista del pedone (“pieton”, nelle insegne locali) queste terrazze non sono così felici. Il pedone deve scendere lungo coste parallele pendenti che finiscono a gomito, poi tagliare per alcune scalette. Così fino alla linea del mare. L’inferno arriva quando deve risalire. Le coste che salgono non finiscono mai. Le curve a gomito continuano a curvare per sempre, come lo spazio nella teoria della relatività. Le scalette si moltiplicano all’infinito. Mentre i polmoni, invece, da parte loro, sono già finiti. L’ultimo angolo bronchiale è stato espulso ore fa. Dopo quella curva, quello spigolo. Quando arriverà l’estremo gradino? Non si sa di preciso. È facile però intuirlo. Quando arriverà, sarà riconoscibile dalla sensazione di venir meno, dal cervello che svanisce e dalle stelline che cominciano a pulsare nel cielo azzurro. In pieno giorno.

Le lunghe coste che delimitano le terrazze sono preda di automobili che scendono verso il centro della città imitando il famoso Gran Premio del luogo. Si fermano agli incroci sgassando, nel vano tentativo di colpire i vostri polmoni, che tanto voi non avete più. Anche voi, d’altro canto, siete fermi. Un po’ per riposare, tirare il fiato. Un po’ per contemplare l’immensità del mare. È scendere al mare l’obiettivo. Si scende in cerca della comunità. Per arrivare al mare basta seguire la pendenza. Basta pendere. Si dovrebbe passare per primi, i pedoni dovrebbero passare per primi. Ma a Montecarlo, probabilmente, quello che passa per primo è solo il denaro. Oscillate sull’ultimo gradino delle scalette in discesa, pronti per attraversare un’altra strada trafficata. Cominciano a spuntare negozi di gioielli e d’arte. Grandi marche di moda. Banche. Buon segno. Vuol dire, probabilmente, che siamo vicini al centro vivo della città.

Tutti i negozi hanno nelle vetrine la fotografia della famiglia principale. La famiglia principesca, babbo principe, mamma principessa e figli principini. In posa come in un quadro del ‘600 olandese. Il babbo principe, in alcune immagini, è in abiti guerreschi. Con le ciglia minacciose. Tante volte qualcuno vagheggiasse d’invadere il Principato. Dalla fotografia, il principe guarda i passanti severo, ma si vede che agli angoli della bocca gli viene da ridere. Il centro si riconosce anche da una serie di oggetti di forma strana, a metà fra l’uovo e la tartaruga. Queste uova con il guscio a scaglie di tartaruga sembrano buttate apparentemente a caso, come dadi su un tappeto. Si contendono lo spazio vitale con le palme e i grandi alberi di un giardino. Le radici sembrano delle gigantesche dita. Formano un labirinto. Dentro le uova, naturalmente, ci sono dei negozi. Ancora gioielli. Ancora alta moda. L’area si allarga d’improvviso, scendendo di nuovo. Se si sbuca dall’altra parte del giardino, e delle uova, si potrà vedere finalmente la piazza centrale. La piazza del Casinò di Montecarlo. E del teatro. La si può riconoscere facilmente dalle macchine parcheggiate. Che è consigliabile non rigare. E nemmeno accarezzare. Meglio: già guardarle è sconsigliato. L’usura dello sguardo costa.

Si attraversano le ultime strisce, e ci si trova proprio davanti al Casinò. Ma, per questa volta, non entriamo. Perderemo i risparmi dopo. Seguiamo piuttosto il palazzo e giriamo a sinistra. Scendiamo altre scale. Ecco, finalmente, la visione ultima del mare. Fino all’infinito. Qui, il lavorio edilizio è incessante. Si continua a edificare per sempre. Alle spalle, seguendo la curva della costa, palazzi che continuano a crescere, come adolescenti durante le cascate ormonali. Davanti, lungo la linea di costa, sono stati costruiti, in altezza, altri palazzi, ristoranti, club esclusivi. Che rappresentano, praticamente, il punto di confine con il mare. C’è una passeggiata. Una vista. Ci si può affacciare e vedere, oltre i palazzi, delle grandi navi d’appoggio a degli imponenti lavori di costruzione. Stanno gettando le fondamenta per altri palazzi sul mare. Lavorano a ciclo continuo.

Lungo la passeggiata, alcune opere d’arte dedicate all’indimenticabile Principessa. Una coppia di Botero, Adamo ed Eva. Un’invenzione di spazi e colori di Victor Vasarely. Ci sono altre opere d’arte interessanti: le figure che passano.

Non si è vista una libreria, nella città. Il maggiore impegno intellettuale, a Montecarlo (Monaco?), a quanto sembra, oltre giocare a risiko con le banche, è portare a spasso il cane. Il tipo di cane che va qui per la maggiore è il cane-microbo. In genere lo si vede al guinzaglio con il tight, il tabarro o in giacca, cravatta e gemelli. Dipende dalla stagione. Se entrate in un negozio-guscio, vi offrono un calice di spumante, versato per accogliere il cliente, e una scodella di croccantini per il cliente microcanino vip. I negozi guscio, d’altronde, sono situati davanti al Casinò per una ragione darwiniana. Se avete perso, potete andare tranquillamente a buttarvi a mare. Ma se avete vinto, passate prima dai gusci, a lasciare il valsente.

I canini li portano a spasso delle ragazze in stile manichino, dalle labbra a forma di pallone aereostatico, che sono, probabilmente, in cerca di marito milionario. Basta guardarle fugacemente per coglierlo. Oppure, sono i cani che portano in giro delle vecchiette firmate dalla testa ai piedi. Rappresentano un pericolo anche per le supermacchine, queste vegliarde. Meglio non urtarle, infatti. Per rifarle intere bisognerebbe vendere, pronta cassa, tutte le proprietà. L’intero asset andrebbe nella vegliarda. Le vecchiette, naturalmente, sono già tutte riedificate per via chirurgica. Lo si capisce appena ti si accostano. Le senti, infatti, che parlano col cane. Ma non vi è chiaro da dove provenga la loro voce. Le guardi di passaggio. Il volto è immobile. Piatto. Bronzeo. Tesissimo. E intanto loro continuano a parlare col cagnetto. Le mascelle non accennano mossa alcuna. La voce sembra provenire dal cielo, dall’aria intorno. Questa sì che è opera di un maestro della chirurgia plastica. Davvero valeva tutte le svanziche sborsate dal marito. Che può così tornare tranquillo al risiko bancario. In fondo, pensa il marito, lo yacht te lo godi solo col bel tempo. Col bel mare. Ma la vecchietta limata e levigata a regola d’arte è per sempre.