Il Somma-Vesuvio e il creator Vesevo: un museo tra le lave

Testo e foto di Maria Sannino, orientalista, blogger, guida turistica della regione Campania, accompagnatore e interprete turistico (www.mariasannino.com).

L'antenato di Vladimir Velickovic

Vivere su un vulcano attivo, irrequieto, rischioso e imprevedibile non è certo il sogno di chi intende godersi una vita tranquilla. Quando, però, si tratta del Vesuvio, un vulcano che fa parlare di sé il mondo intero per la sua bellezza e gli scenari unici e magnifici che si scorgono dai suoi declivi, non si può fare a meno di desiderare di trascorrere almeno un po’ di tempo a esplorarlo. I napoletani sanno bene che cosa vuol dire svegliarsi ogni mattina e controllare che ‘a muntagna, come chiamano il vulcano, sia ancora lì, intatta, imponente, magnifica in tutto il suo splendore. All’alba il Vesuvio non ha eguali al mondo. È semplicemente spettacolare. Mentre il cielo terso a oriente si tinge di rosa, a occidente la città partenopea, vista dalle pendici del vulcano, si colora di oro bianco ed è uno spettacolo che si ripete ogni giorno, da almeno tre millenni. È bello visitare il vulcano di primo mattino, quando il paesaggio è ancora un po’ indistinto, in una tiepida giornata di sole. Si inizia dal basso ad assaporare la frescura e gli odori dell’erba e dei fiori che si diffondono tra le rocce. E via via che la brina si disperde tra le lave e il sole fa capolino tra i faggi, i lecci e i pini, emergono, come per incanto, le inconfondibili creazioni artistiche che la natura e l’uomo hanno creato in perfetta sintonia.

Tra le suggestive e inimitabili lave, che sembrano scolpite da una mano invisibile, si ergono belle statue di pietra, create da noti artisti internazionali, che ci rammentano quanto sia importante il rispetto per la natura e per il vulcano. La lava che è fuoriuscita dal cratere durante le numerose eruzioni che si sono susseguite nei secoli, è sempre stata considerata simbolo di distruzione, da un lato, ma anche di creazione, dall’altro. Furono i greci i primi a trasformare il materiale vulcanico in una egregia rappresentazione di bellezza. Con la pietra lavica, lavorata a intaglio, creavano fantastiche decorazioni per abbellire i templi, le case e gli edifici pubblici. I romani, poi, utilizzavano la pietra lavica per lastricare le strade, durevoli e belle, che si mantengono in ottime condizioni ancora oggi. E ve ne è una che risale all’epoca romana che ancora si inerpica per il declivio del Vesuvio, lontano dalle strade battute da turisti e frequentatori abituali. Col tempo gli abitanti del luogo hanno imparato anche a usare la pietra lavica per realizzare bellissimi cammei, gioielli incastonati nell’oro e nell’argento, che ancora oggi rendono il golfo di Napoli famoso in tutto il mondo per questa sua arte.

Gli scalpellini, poi, per secoli, hanno lavorato la lava instaurando un rapporto particolare con essa, poiché col tempo sono riusciti addirittura ad “ascoltarne il suono”, poggiando l’orecchio su di essa per capire dove poter mettere lo scalpello in modo da non rovinare la pietra ed estrarne l’anima. Ma l’idea di creare delle vere e proprie statue di lava è piuttosto recente: è il risultato di una sottile sfida a usare un materiale che nessun artista mai aveva osato sperimentare prima.  Gli scultori non si erano mai cimentati a estrarre da un blocco di lava vesuviana un’opera straordinaria che potesse esprimere il tenue rapporto tra la natura e l’uomo. Direttore artistico di questo singolare museo fu nominato il professore francese Jean Noël Schifano, da tempo innamorato di Napoli, a cui fu chiesto di attendere alla realizzazione di un museo a cielo aperto che potesse essere espressione di equilibrio tra natura e cultura. E il risultato ottenuto fu eccezionale: una sequenza di fantastiche e pregevoli opere, un po’ eccentriche, un po’ bizzarre ma di rimarchevole e squisita fattura.

Gli artisti avevano ricevuto a sorte un piccolo spazio tra le lave. La sfida era quella di ricavare dalle rocce una scultura che ben si adattasse al luogo e fosse l’estrinseca rappresentazione di quell’armonioso e speciale rapporto tra uomo e natura che ha sempre caratterizzato chi è abituato a vivere alla giornata, adattandosi alle circostanze e agli umori di un vulcano tra i più temuti e, allo stesso tempo, tra i più amati al mondo.

Man mano che si percorre la strada che si inerpica per i versanti del complesso vulcanico del Somma-Vesuvio, che inizia dal mare, l’occhio è attratto dal golfo di Napoli che stupisce per la sua notevole bellezza. Quando si arriva a un bivio da dove si diparte l’unica strada che continua fino al cratere, lo sguardo è immediatamente rivolto verso gli occhi marmorei della prima opera che ci accoglie: Gli occhi che ascoltano, dell’olandese Mark Brusse. L’artista sembra aver voluto posare tre occhi su un blocco di lava, uno vigile sul vulcano, uno rivolto alla città e l’altro intento a deliziarsi mentre osserva la bella Capri. Si sale di qualche metro e ci aspettano altre quattro statue, una più interessante dell’altra.

Il portoghese Dimas Macedo ama dialogare con lo spazio intorno cogliendo la geometria del materiale da forgiare. L’opera che ne ha ritratto, posta ai piedi delle concrezioni vulcaniche, è semplicemente deliziosa. Il suo Totem, dalle fattezze tubolari di una donna, tra ironia e creatività, emoziona e seduce chi posa il suo sguardo su di essa.La terra trema spesso in quest’area e l’uomo cerca di fuggire al primo sentore di pericolo. Come gli animali scappano e si agitano anche L’antenatocerca di sfuggire alla morte e la sua testa è là, sulle grigie lave, scolpita sapientemente dal serbo Vladimir Velickovic.Sono due corpi avvinghiati in un tenero abbraccio, Il padre e il figlio, opera magnifica e significativa del tedesco Johannes Crütze che ci accoglie poco prima di una curva panoramica sulla piana che circonda il vulcano.

La sorte sembra invece aver privilegiato il napoletano Lello Esposito, donandogli una posizione favolosa dove gli occhi del suo Pulcinellasono rivolti proprio verso Napoli, posando lo sguardo sul mitico corpo di Partenope.Vale la pena fermarsi a osservare il magnifico panorama che spazia da Napoli alla piana fino ai monti che circondano Caserta. Sotto la cresta del monte si intravede un edificio rosso in disuso: è la vecchia stazione della funicolare travolta dalla lava durante l’eruzione del 1944. Continuando a salire si incontra l’opera dell’islandese Rurì che ha avuto un’idea geniale: riprodurre la Terra vivaxin un cono sferico che si tiene in equilibrio su una lastra di lava su cui sono incisi i nomi dei vulcani più noti e irrequieti del mondo. Lo spagnolo Miguel Berrocal ci ha lasciato, invece, l’ultima opera della sua vita, Il torso del Vesuvio, uno studio anatomico che esprime, attraverso una forza quasi sensuale, il pieno vigore del vulcano.

Il francese Denis Monfleur ha preferito dare espressione all’importanza della Famiglia, realizzando tre statue, il padre e la madre, rivolte verso il vulcano tenendolo d’occhio, e un bimbo che, al contrario, lascia andare lo sguardo verso il golfo e la città, immaginando un futuro incantato.Non ne vuole sapere di osservare il mondo, invece, il piccolo Icaro, conficcato a testa in giù e gambe all’aria come se fosse intento a scavare tra le rocce per ricercarvi il senso della propria vita o, come uno struzzo, a evitare di guardare il luogo in cui è stato realizzato dall’artista spagnolo Antonio Seguì, che lo ha posto su una roccia in prossimità di una delle curve più suggestive e temibili del vulcano, su un crinale sospeso tra la terra e il cielo.

Ci accoglie, infine, L’angelo di fuoco, del greco Alekos Fassianos, che sembra invitarci a una lunga sosta sulle scoscese lave, magari a sorseggiare un buon bicchiere di Lachryma Christi, e dare un ultimo sguardo allo spettacolare golfo di Napoli con la Punta Campanella, la penisola di Sorrento e Capri proprio di fronte, mentre su un fianco, la bella Ischia, la suggestiva Procida e l’immensa Napoli si distendono sull’acqua scintillante del bellissimo mar Tirreno.