Dettagli romani – Ercole, i Frangipane e Michelangelo

A cura di Fiamma Passarelli, guida abilitata di Roma e Provincia, direttore tecnico agenzia viaggi e turismo (www.romesdetails.com, www.facebook.com/fiapassar)

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L'arco di Giano

Roma è sempre stata fonte d’ispirazione e lo è ancora oggi malgrado la città versi in condizioni critiche.

L’interesse per le sue vestigia e per ciò che essa ha rappresentato nella storia degli ultimi due millenni è assai vivido e vigoroso. E così, come all’epoca del Grand Tour, camminando ci si imbatte in persone sedute sulle panchine a disegnare, nel tentativo di riprodurre una colonna o la sezione di un capitello, provocando un genuino stupore nel romano affannato e quasi bulimicamente abituato a tanta bellezza.

Il Foro Boario è uno di quei magici luoghi dell’urbe che svolge la funzione di una macchina del tempo. In questo fazzoletto di terra si ritrovano la chiesa di Santa Maria in Cosmedin e la Bocca della verità; l’arco di Giano posto a cavallo di un piccolo corso d’acqua canalizzato nella cloaca maxima che correva sotterranea nella pancia dell’urbe e i templi di Ercole Olivario e Portuno.

Tutti gli edifici fanno da cornice all’arteria stradale che oggi li costeggia e ne sottolinea l’importanza. Narra la leggenda che Ercole approdò in una grotta ai piedi dell’Aventino, di ritorno dalla sua spedizione nella terra di Eritrea, volta ad appropriarsi dei buoi rossi di Gerione.

I buoi furono ricoverati nella grotta, e il gigante Caco – figlio di Vulcano – approfittando del sonno di Ercole, si impossessò dei preziosi animali. Al risveglio, l’eroe greco non ancora immortale, uccise il gigante e ripartì dal Lazio antico per ritornare in Argolide.

Il mito spiega i toponimi che nella zona del Foro Boario – mercato dei buoi –  sono legati a Ercole quali via dell’Ara Massima di Ercole o il nome di uno dei due templi repubblicani: il Tempio di Ercole Olivario. Poiché il sito si trovava a ridosso del porto Tiberino e del relativo Emporio, divenne il luogo di culto di Ercole protettore dei commerci e fu detto Olivario poiché realizzato grazie al contributo di un mercante di olio proveniente dall’antica Tibur, oggi conosciuta con il nome di Tivoli.

La futura Roma, dunque, fu il teatro di una delle imprese del semi-divino Ercole, divenuto immortale grazie alle dodici fatiche e a cui l’imperatore Commodo tributò tanti e tali onori religiosi da essere ossessionato dal mito e pretendere egli stesso di essere considerato un Ercole reincarnato.

Il Foro Boario nel medioevo fu controllato da una antica famiglia baronale romana, i Frangipane, i quali fortificarono l’arco di Giano trasformandolo in torre posta a guardia dell’Emporio e del fiume.

Il loro cognomendiscenderebbe da una leggenda legata al capostipite Pietro, un mercante che nel X secolo, durante una delle violente alluvioni del Tevere, distribuì pane – frangem panem – ai romani colpiti dall’evento catastrofico.

Ai Frangipane apparteneva Jacopa, fervente seguace di San Francesco, così fedelmente sostenitrice di Francesco che lo ospitò nella proprietà di famiglia posta sul lato curvo del Circo Massimo e ancora oggi visibile nell’unica evidenza costituita dalla Torre della Moletta.

L’arco di Giano oggi domina un fazzoletto di terra che racchiude un palinsesto storico lungo circa tremila anni. In questa parte di Roma, un vecchio palazzo di proprietà del Comune, quasi a ridosso dell’arco di Giano, affacciato sul Tempio di Ercole Olivario, è stato trasformato in un centro di arte contemporanea e, fino a marzo di quest’anno, sarà possibile ammirare un capolavoro attribuito a Michelangelo proveniente dalla collezione dell’Hermitage di San Pietroburgo: il ragazzo accovacciato.

Che Michelangelo lasciasse incompiute le proprie opere è un dato di fatto. Non sapremo mai se ciò fosse dovuto alla furia imprenditoriale volta ad acquisire nuove commissioni e compiacere nuovi mecenati, oppure perché in taluni casi la “creatura” liberata dal marmo prendeva il sopravvento tanto da voler rimanere a uno stato di primordiale forza.

Proprio Michelangelo in uno dei suoi sonetti più famosi scrisse: “Non ha l’ottimo artista alcun concetto c’un marmo solo in sé non circoscriva col suo superchio e solo a quello arriva la man che ubbidisce all’intelletto”.Il maestro, dunque, possedeva “quell’intelletto” creativo così possente da poter liberare l’anima che il marmo nasconde.

Di questa preziosa opera si sa davvero molto poco e la critica non è concorde nella descrizione del significato; si ritiene essa risalga al momento in cui Michelangelo

lasciò Roma per tornare a Firenze e lavorare alla Sagrestia Nuova di San Lorenzo in cui le tombe dei Medici furono traslate.

Forse questa giovane figura che cerca di liberarsi dalla materia in eccesso che ne costituisce il limbo che la imprigiona fu concepita per adornare la sfida architettonica e scultorea alla quale il divino Michelangelo dedicò le sue energie, dopo il lungo soggiorno a Roma.

A Roma, nel luogo in cui la divinità immortale di Ercole fu venerata per secoli, temporaneamente fino a marzo è possibile godere del frutto del genio immortale di Michelangelo a cui tanto la città deve.

Michelangelo per amore dell’antico elesse Roma a sua seconda patria e, ancora oggi, Roma lo ricambia dello stesso imperituro amore celebrandolo con questo piccolo gioiello ritornato in Italia per breve tempo e collocato geograficamente in una parte di “quell’antica urbs” sua fonte di ispirazione.

Fiamma Passarelli