Dettagli romani – Il vino e i romani, binomio imprescindibile

A cura di Fiamma Passarelli, guida abilitata di Roma e Provincia, direttore tecnico agenzia viaggi e turismo (www.romesdetails.com, www.facebook.com/fiapassar)

Eroti vendemmianti

Nei precedenti appuntamenti mensili parlai della gita fuori porta che ebbe come scopo principale la fermata ai Castelli romani per gustare vino e prelibatezze locali; il vino, in particolare, divenne sin dai tempi antichi l’elemento su cui si fondarono gli scambi tra Roma e la sua campagna.

Bacco, secondo la leggenda, nacque da una coscia di Giove e fu affidato a delle ninfe che lo crebbero libero e gioioso; divenuto adulto, per combattere i giganti, si trasformò in leone dimostrando il suo valore sollecitato da Giove al grido di “evoè” ovvero coraggio.

La scultura di Bacco (Musei Vaticani)

Bacco fu il frutto di uno dei tanti amori fugaci di Giove e, dunque, questo figlio illegittimo, per sfuggire alle ire funeste di Giunone, attraversò l’Asia alla guida di un esercito di uomini e donne posseduti da una irrefrenabile ebbrezza; il bizzarro corteggio suonava tamburelli e strumenti musicali invece di imbracciare armi.

Bacco, vestito di porpora, sedeva su un carro trainato da tigri e linci; indossava una corona di foglie di vite, impugnava il tirso al posto della spada, portava calzari d’oro e incitava la sua allegra truppa al grido di “evoè”così come suo padre Giove fece con lui.

 

 

In epoca romana la produzione e il consumo di vino si diffusero a tal punto che l’imperatore Domiziano nel 92 d.C. impose la distruzione di metà dei vigneti esistenti per sostituirli con terreni coltivati a grano e miglio.

All’indomani della caduta dell’Impero romano, crollò il sistema produttivo, ma la coltivazione della vite si mantenne e addirittura iniziò a occupare interi appezzamenti di terra appartenenti a un tessuto urbano che ormai aveva poco a che fare con gli splendori dell’epoca imperiale.

Dunque il vino – malgrado le vicissitudini – rimase l’unico prodotto su cui si resse la flebile economia romana, almeno fino al Rinascimento, quando Roma risorgerà magnifica dalle proprie ceneri.

Nella nostra amata città eterna, ancora oggi molti toponimi ricordano la presenza di vigneti: via della Vite; via di Vigna Fabbri, via di Vigna Stelluti, via delle Vigne Nuove. Solo alcuni esempi di luoghi in cui i vinarius o osti producevano e somministravano il nettare degli dei.

In prossimità delle vigne sorgevano fraschette o osterie – molte delle quali famose – oggi pressoché scomparse e dimenticate tranne che per l’osteria dell’Orso (che si riforniva dalla vigna dell’odierna via della Vite) e per l’osteria dei Cessati spiriti.

L’odierna via dei Cessati spiriti, fino agli Anni ’40 del XX secolo, fu un diverticolo dell’Appia Antica che costeggiava la valle della Caffarella, i cui terreni circostanti appartenevano alla famiglia Torlonia ed erano adibiti alla coltivazione e alla pastorizia.

L’osteria era il primo luogo di ristoro per i viandanti e i mercanti che da Sud-Est si dirigevano verso Roma e, poco prima di attraversare porta San Sebastiano o Porta San Giovanni, si fermavano per un bicchiere di malvasia “de li castelli”.

Gli sventurati non immaginavano che mentre tracannavano malvasia, “spiriti maligni” si impossessavano dei loro carri e dei loro cavalli o buoi.

Il copione era sempre lo stesso: carri e animali scomparivano tra i canneti della Caffarella al suono del fruscio delle canne, mentre il vino distraeva gli avventori assetati e stanchi.

Si diffuse la convinzione che degli spiriti maligni si aggirassero nei pressi dell’Osteria omonima causando allarme e paura in tutti coloro che percorrevano l’antica direttrice che da Sud-Est conduceva alle Mura Aureliane e, dunque, si dovette ragionare sulla migliore modalità per placarne l’ira.

Menadi danzanti parte del corteggio bacchico.jpg

La Madonna è protettrice di Roma e con la sua immagine si operò l’esorcismo che interruppe la lunga sequenza di misteriose sparizioni. Ancora oggi l’immagine si trova in una piccola edicola lungo l’omonima via ed è collocata sulla facciata di una palazzina adiacente allo scheletro della leggendaria osteria.

Il vino e i romani sono un binomio imprescindibile: il vino è sinonimo di convivio, di allegrezza e genuina ebbrezza. È per questi motivi che il Conte Adriano Bennicelli, meglio noto come il “conte Tacchia”, nel 1910 decise di candidarsi per il partito liberale e, per esporre il proprio programma elettorale, organizzò una vera e propria cena elettorale presso l’osteria dei Cessati spiriti.

Gli “spiriti” operarono anche in questa occasione facendo svanire tra i canneti della Caffarella le aspirazioni politiche del Conte: su un totale di 2.694 votanti ottenne solo 84 preferenze e così con l’ironia che lo contraddistinse disse: “Ho pagato tanti litri e m’hanno restituito un fiasco solo!”.

Fiamma Passarelli