Maurizio Solieri, dentro e fuori dal rock

Il grande musicista in questi mesi sta suonando dal vivo in varie località italiane presentando anche il suo nuovo album di inediti

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Maurizio Solieri durante lo show con alla voce Lorenzo Campani e la band rietina CRT - Cover Rock Tribute

Di Carla Pagliai

Maurizio Solieri, da Concordia sul Secchia, in provincia di Modena, classe 1953, è uno dei migliori chitarristi italiani. Una vita dedicata alla chitarra. Da autodidatta è arrivato a suonare di fronte a centinaia di migliaia di persone. La sua carriera comincia nel 1977: ha da poco raggiunto il traguardo dei quarant’anni di musica e show dal vivo. I suoi assoli di chitarra hanno rivestito i testi del “Blasco” (Vasco Rossi), da “Canzone” a “C’è chi dice no”, da “Ridere di te” a “Lo Show”. Oltre al lungo periodo in cui ha suonato e composto per il rocker di Zocca, ha pubblicato 4 album di grande successo, dal 1982 al 1990, con la Steve Rogers Band e, più recentemente, dal 1998 al 2005, ne ha realizzati altri 5 con le “Custodie cautelari”.Nella sua lunga carriera ha collaborato anche come musicista, autore, produttore e compositore con numerosi artisti, tra cui Skin e Dolcenera.Nel 2010 ha dato alle stampe il libro “Questa sera rock’n’roll – La mia vita tra un assolo e un sogno” scritto a quattro mani con Massimo Poggini ed edito da Rizzoli.

In questi mesi sta suonando dal vivo in varie località italiane. Il suo nuovo album di inediti si intitola “Dentro e fuori dal rock’n’roll”, di cui ha realizzato un originale video contenente 12 brani che vanno dall’hard rock al blues, alternando pezzi strumentali a pezzi cantati in inglese che risentono delle influenze musicali su cui Maurizio Solieri ha formato il suo personalissimo sound.

Che cosa rappresenta per te il rock’n’roll?

Rappresenta la musica che preferisco, con cui sono cresciuto e che continuo a suonare.

Il titolo del tuo nuovo album è “Dentro e fuori dal rock’n’roll”. Ovvero?

Dentro e fuori dal rock’n’roll rappresenta l’alternarsi della mia vita quotidiana, dalla tranquillità casalinga quando sono a casa all’adrenalina dei viaggi su e giù per l’Italia, i concerti e il rapporto con il pubblico. Poi, musicalmente, nel disco si passa dall’hard rock al blues fino alle ballate.

Parliamo della “Notte delle chitarre” con le “Custodie cautelari” e delle decine di chitarristi che, nelle varie tappe, si alternano con voi sul palco. Spettacolo che proponete da anni e sempre con grande successo di pubblico. Come è nato questo progetto?

La “Notte delle chitarre” è nata nel 2000 da un’idea di Max Muller ed Ettore Diliberto delle “Custodie Cautelari”. Nei primi concerti assieme a me c’erano, tra gli altri, Alberto Radius e Ricky Portera. Per tanti anni abbiamo suonato in modo continuativo in club, teatri, open air festival, divertendoci come matti. Abbiamo fatto tre dischi, televisione e radio. Negli ultimi anni, anche per un impoverimento della scena live italiana e per la chiusura di tanti locali, la band si è ritrovata poche volte. Questo è un peccato perché è un tipo di show che il pubblico di qualità apprezza molto. È sempre una festa ritrovarci, suonare insieme buona musica e stare attorno a un tavolo.

Carla Pagliai durante l’intervista a Maurizio Solieri

Conosciamo la tua grande passione per “slowhand” Eric Clapton tanto da chiamare tuo figlio con il suo nome. Quali altri chitarristi di ieri e di oggi ascolti e apprezzi per tecnica e soprattutto cuore?

Eric Clapton è sempre stato uno dei miei chitarristi “simbolo”, per la classe, il suono, la creatività e i suoi brani splendidi. Anche il suo ultimo disco dedicato al Natale è “claptoniano” al massimo, sia negli arrangiamenti dei classici come “Silent night” sia per i brani scritti da lui, con un’atmosfera magica. Amo tanti altri chitarristi, ciascuno con il proprio stile: da Mark Knopfler a Jeff Beck, da Jimmy Page a Stevie Ray Vaughn fino a Rory Gallagher, Brian May e a quelli più giovani come John Mayer, Joe Bonamassa e Derek Trucks.

Che cosa pensi dei talent show televisivi come X-Factor? 

Non mi piacciono, anche se ultimamente, pur non seguendoli, vedo più qualità e almeno qualche band pop-rock. Visto che il potere televisivo va soprattutto ai più giovani, almeno che ascoltino musica più grintosa e non quel rap annacquato che sembra andare per la maggiore.

Che cosa consigli a un giovane che vuole tentare di trasformare la passione per la musica in professione?

Un consiglio ai ragazzi che vogliono fare i musicisti è quello di farsi un bell’esame di coscienza e decidere se si ha talento e passione e non solo la smania di diventare ricchi e famosi, anche perché i tempi sono radicalmente cambiati. Con lo studio di uno strumento i soldi sono pochi. Meglio, sempre se si hanno le qualità, essere preparati in vari generi musicali così da essere più professionali.

Che cosa “sogna” Maurizio Solieri?

Non ho tanti sogni, molte cose le ho già raggiunte avendo vissuto in tempi in cui c’era una grande curiosità e un grande interesse per la musica. Spero di suonare sempre più spesso con la mia band, con “La notte delle chitarre” e comunque con bravi musicisti amici.