Dettagli romani – L’ISOLA TIBERINA E IL MENESTRELLO INGLESE

A cura di Fiamma Passarelli, guida abilitata di Roma e Provincia, direttore tecnico agenzia viaggi e turismo (www.romesdetails.com, www.facebook.com/fiapassar)

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L’antico dio Tiberino decise che per tutta la sua lunghezza, vale a dire 406 chilometri, non ci sarebbero stati intoppi di alcun genere quali isole o isolotti, tranne che per quel piccolo lembo di terra situato a poca distanza dalla foce prodotto dall’accumulo di detriti e sedimenti, lembo di terra che oggi conosciamo con il nome di isola Tiberina. L’isola ha la forma di una nave allungata, una triremi romana, la stessa che avrebbe portato il serpente di Esculapio da Epidauro in Grecia a Roma.

La leggenda più nota riguarda proprio il serpente del dio Esculapio arrivato a Roma per indicare alle autorità il luogo in cui poter curare i cittadini colpiti dalla grave pestilenza che, ormai da tempo, affliggeva la caput mundi e che aveva decimato già molti quiriti (siamo nel 293 a.C.) e Roma era impegnata nelle guerre sannitiche. Si narra che il serpente, in prossimità dell’isola, si fosse inabissato e nascosto tra la folta vegetazione che la ricopriva. La divinità, quindi, si era espressa e il luogo era stato prescelto.

Dapprima sorse un sacello, poi un santuario e infine un vero e proprio ospedale a cui il malato poteva accedere dopo essersi preparato adeguatamente: cura dell’igiene personale, dieta ferrea e preghiera; esperite queste pratiche, il paziente veniva ammesso all’interno della recinzione che delimitava il territorio consacrato a Esculapio e gli veniva concesso di dormire tra le colonne del tempio dopo aver bevuto una sorta di elisir oppiaceo preparato dai sacerdoti. Così, nel sonno alterato, avveniva il cosiddetto sogno profetico o incubatio. I sacerdoti, camuffati da divinità, somministravano medicamenti, elargivano consigli medici e, talvolta, operavano in senso stretto.

Il successo di queste pratiche magico-mediche importate dalla Grecia fece aumentare gli spazi del tempio con zone dedicate alla convalescenza e alla riabilitazione, tanto che l’intera isola fu colonizzata da questo ospedale anti-litteram. Intorno all’anno mille, l’imperatore Ottone III fece trasportare a Roma le reliquie del povero apostolo San Bartolomeo, scorticato vivo dagli armeni, e qui sull’isola vi fece costruire una chiesa a lui dedicata, struttura realizzata sul luogo in cui Esculapio e i suoi sacerdoti avevano operato per secoli. Nel frattempo, la vocazione ospedaliera dell’isola continuava grazie all’insediamento di una comunità di monaci benedettini la cui spezieria o farmacia aveva fama di creare medicamenti portentosi.

Nel XII secolo, a Roma, si organizzò il Concilio Lateranense per sancire definitivamente l’autorità ecclesiastica sulle nomine abbaziali e vescovili e, al seguito dei padri conciliari, giunse un menestrello inglese che cadde ammalato e fu ricoverato all’ospedale di San Bartolomeo. Il menestrello fece voto di farsi monaco semmai fosse riuscito a scampare alla malattia. E così fu, ritornò in patria nella città di Smithfield, nei pressi di Londra, e fondò l’ospedale di St. Bartholomew.

Qualche secolo dopo, Enrico VIII, re scismatico e fondatore della chiesa anglicana, soppresse gli ordini monastici e chiuse l’ospedale di St. Bartholemew. Ma le proteste dei suoi sudditi, e la mancanza di un’eccellenza medica quale era l’ospedale del menestrello, fecero ritornare il re sulle sue decisioni. Ancora oggi il St. Bartholomew è considerato uno dei migliori ospedali inglesi e tutto grazie a Roma e all’isola Tiberina. In ultimo tutti noi conosciamo il “Fatebenefratelli” ma non sappiamo il perché del nome: nel 1583 Papa Gregorio XIII affidò il complesso ai frati spagnoli che andavano gridando per Roma: “Fate bene fratelli, per l’amore di Dio”.