Antonio Cabrini: “Se adesso non alleno è perché non accetto compromessi”

“Dopo la nazionale femminile cerco dirigenti seri, ma mi sono rassegnato: andrò all’estero”

51

ANTONIO CABRINI RACCONTA SENZA FILTRI IL MONDO DEL CALCIO ITALIANO TRA SODDISFAZIONI, DELUSIONI, AMAREZZE E UNO SGUARDO AL SUO FUTURO

Di Giancarlo Padovan

In Europa e nel mondo come Antonio Cabrini hanno vinto soltanto altri cinque calciatori. Tre italiani: il povero Gaetano Scirea, Sergio Brio e Stefano Tacconi e due olandesi, Muhren e Blind. La sua collezione è eccezionalmente ricca: tutte le coppe possibili per club (Coppa Campioni, Coppa delle Coppe, Coppa Uefa, Supercoppa europea, Coppa Intercontinentale), quella del Mondo, nel 1982, per squadre nazionali. Con la maglia azzurra, Cabrini ha collezionato 73 presenze e segnato 9 reti, il difensore italiano che ne ha fatte di più in Nazionale. Impressionante il suo bilancio con la Juventus in campo nazionale: sei scudetti, due coppe Italia, 440 presenze, 52 gol, il difensore più prolifico di sempre. Antonio era un ragazzo bellissimo (Brera ne scriveva come del Bell’Antonio), oggi che ha 61 anni è un uomo affascinante che non ha smesso di flirtare con il futuro. Da giocatore ha avuto tutto, anche se il suo passato, anziché dargli una mano per diventare allenatore, lo ha frenato. Esperienze ne ha raccolte tante e tutte utili, ma quello che si aspettava no. Quello, nella sua seconda vita, tarda ad arrivare.

Antonio, tu sei stato per quattro anni e mezzo ct della Nazionale italiana femminile. Poi, quando c’era da raccogliere i frutti di un periodo di attesa così lungo, sei sceso dal carro. Come mai?

Il problema è che il buon lavoro è stato alterato da personaggi che con il calcio femminile non avevano niente a che fare. Tutto ciò ha provocato una mia rigidità. C’erano dirigenti che non hanno rispettato quello che avevano promesso e che, come avviene spesso nel Palazzo della Federazione, trasformano lo sport in politica.

Alludi a certi scambi di favori?

Esattamente. Mi era stata assicurata continuità, poi è cambiato tutto.

Eppure il cambiamento è partito con te…

Sì, abbiamo fatto cose importanti, a livello tecnico è stato creato molto, a livello di popolarità anche. Però c’è una cosa che vorrei dire alle ragazze.

Che cosa?

Tutti vorremmo la creazione del professionismo per il calcio femminile, ma ho notato che ancora prevale una certa idea dilettantistica.

Però, Antonio, proprio adesso molti club professionistici maschili hanno istituito la propria sezione femminile…

L’avvento delle società professionistiche maschili dà e darà un impulso fondamentale. Tuttavia non vorrei che gli addetti ai lavori si sentissero arrivati. Il progetto è a media-lunga scadenza, non si può pensare che perché la Juve vince subito il suo primo scudetto, l’anno dopo possa disputare la Champions League da protagonista. E questo vale per il Brescia, fino a quando c’è stato, per la Fiorentina, per il Milan.

Che cosa serve alla Nazionale delle donne che ancora non abbiamo?

Per arrivare ai livelli delle principali nazioni europee servono programmazione e ricambi.

Perché non ci sono?

Non vorrei che oltre a questo gruppo che ho creato io, mancassero le alternative adeguate. O che fossero dello stesso livello delle attuali.

Quando ti hanno affidato le azzurre, qual era l’obiettivo?

La qualificazione all’Europeo. Per la verità, Pietro Ghedin, mio predecessore sulla panchina azzurra, era a pochissime partite dalla meta. Il più l’aveva fatto lui, chiamato poi alla Nazionale A maschile di Malta.

Se ti dovessi riconoscere un merito?

Avere portato l’Italia tra le migliori otto della fase finale del campionato di Europa e poi, nelle partite di qualificazione mondiale, essere arrivati a giocarci l’ammissione con l’Olanda, una nazionale che in seguito fece una grande Coppa del mondo. I due anni successivi, invece, mi hanno dato la prima grande risposta delle ragazze a livello internazionale. All’Europeo, dove ci siamo qualificati senza problemi, abbiamo giocato alla pari con la Germania e abbiamo battuto la Svezia, le due finaliste dell’Olimpiade brasiliana. Lì ho visto un cambiamento di rotta nella mentalità. Però c’era già qualcuno che lavorava sotto. Me ne sono accorto negli spogliatoi. Troppi dirigenti fingevano di essere dispiaciuti. In realtà mi volevano far fuori.

Torniamo all’inizio della tua attività di allenatore…

Ho smesso di giocare nel 90-91 al Bologna. L’anno dopo, sempre a Bologna, ho fatto il direttore generale, poi mi sono dedicato otto anni alle scuole calcio e, dal 1997 al 2000, ho seguito esclusivamente quelle della Juve: settanta società, ottomila bambini.

Quindi aveva ragione Sergio Vatta, che faceva il tuo dirigente al Novara?

Cosa diceva Vatta?

Che a fare l’allenatore hai cominciato tardi, potevi farlo prima.

Le esperienze sono tutte importanti.

Quando hai fatto il corso per diventare allenatore professionista?

Nel 2000. Appena lo finisco mi chiama Walter Sabatini e mi dice: “Vieni all’Arezzo, voglio vincere questa scommessa con te”. Vado e comincio dalla C1.

Come andò?

Annata meravigliosa, arrivammo ai play off.

E dopo?

Ho allenato il Crotone in serie B, il Pisa e il Novara in C1. Poi cambiò la maniera di gestire le squadre.

In che senso?

Nel senso che io spesso risultavo scomodo.

Perché?

Perché sono Cabrini. Avrei dovuto accettare qualche compromesso, ma io non mi sono mai prostituito, sia detto pur tra virgolette.

In fondo è strano, il tuo nome, anche per il tuo passato, dovrebbe rappresentare una garanzia…

Noi campioni del mondo del 1982 ci troviamo ancora spesso. Lo facciamo per qualche commemorazione, ma lo facciamo anche per piacere e amicizia. E sempre ci capita di domandarci: perché, a parte qualcuno, nessuno di noi lavora in questo calcio? Siamo diventati ingombranti non solo come allenatori, ma anche come dirigenti.

È così. Ma non credo che voi siate ingombranti…

Invece sì. Non solo si è quasi del tutto saltata la nostra generazione, ma è come se ci fosse un disegno per ignorare un gruppo di giocatori, ora ex, che ha fatto tanto bene al calcio italiano. In tutta sincerità c’è anche un dato di fatto che non gioca a favore.

Quale?

Il bisogno di ringiovanimento. Se alla Juve decidono che Marotta ha una certa età e vogliono dare spazio al quarantenne Paratici, il processo riguarda anche noi.

Altre cause?

In Italia escono da Coverciano più di cinquanta allenatori professionisti l’anno e le squadre sono sempre quelle, anzi stanno diminuendo. Da questa grande matassa pescare gli ex calciatori bravi è sempre più difficile.

Ma tu hai deciso che cosa fare da grande? Sei stato anche opinionista televisivo e radiofonico…

Se è per quello io ho anche il patentino di direttore sportivo. Nel caso mi venisse proposto un lavoro dirigenziale, lo vaglierei. È sempre il mio mondo. E come contatti non credo di essere secondo a nessuno. Ma il mio mestiere credo sia quello di allenatore.

Tu hai fatto il ct della Nazionale maschile siriana.

Sì. Vivevo a Damasco, Paese meraviglioso, però la mentalità è molto diversa. Per fare calcio bisogna rispettare alcune regole: precisione, organizzazione, puntualità. Parlavo con i dirigenti e loro mi rispondevano sempre: domani, domani. Ma ho capito in fretta che domani non significava il giorno dopo, ma forse una settimana, un mese, a volte due.

Com’è il livello del calcio siriano?

Paragonabile a una buona serie B. Ma in nazionale avrei potuto avere di meglio. Riuscii a scovare tredici siriani che giocavano in Europa, alcuni anche in campionati importanti come la Bundesliga. Allora chiesi se avessero il doppio passaporto o come farglielo ottenere. E loro, i dirigenti, invariabilmente: mister, domani, domani. Dopo sei mesi me ne venni via.

Hai un procuratore?

No, ho amici procuratori con tanti contatti. Non dico no al procuratore per partito preso, dico che se qualcuno ha un contatto che mi riguarda lo può gestire personalmente.

Dove immagini il tuo futuro?

A meno che non salti fuori un progetto serio, tipo quello del Venezia che prese Filippo Inzaghi per salire dalla C alla B, penso di andare all’estero.

Uomini o donne?

Con il femminile credo di avere chiuso, sempre che non ci sia una proposta da Cina o Giappone.

Ci si stufa mai a essere campioni del mondo?

No, anzi, quella vittoria del 1982 ci porta ancora tanta gratificazione perché è stata trasversale. Ci sono ragazzini che, ovviamente, a quel tempo non erano nati, ma che conoscono tutta la nostra storia.