Dettagli romani – Piazza della rotonda e il mercato

A cura di Fiamma Passarelli, guida abilitata di Roma e Provincia, direttore tecnico agenzia viaggi e turismo (www.romesdetails.com, www.facebook.com/fiapassar)

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Il mascherone della fontana di piazza della Rotonda

“Dimme er Pantheon / num me di’ ‘a Ritonna” oppure “Chi va a Roma e nun vede ‘a Ritonna / asino va e asino ritorna” avrete dunque capito che questo mese parliamo della “Ritonna” ma non del Pantheon, bensì della piazza antistante il celebre monumento adrianeo, detta piazza della Rotonda.

I cronisti medievali ci consegnano l’immagine di un luogo piuttosto angusto, buio, soffocato da casupole maleodoranti, un luogo in cui i canonici della Basilica di Santa Maria ad Martyres affittavano il pronao agli artigiani che producevano ammennicoli religiosi, in modo da “arrontondare” ciò che la provvidenza metteva loro a disposizione, e si sa che la provvidenza a Roma è stata sempre oltre che divina anche generosa.

Nel ‘500 gli artigiani divennero artisti di fama nazionale e internazionale e si riunirono in una confraternita o accademia o università detta dei “Virtuosi”. Tra questi ricordiamo Antonio da Sangallo il giovane, il Beccafumi, Taddeo Zuccari, il Sermoneta, tanto per citare alcuni nomi famosi, tra migliori pittori attivi nella Roma rinascimentale.

Gli eredi dei “Virtuosi”, in occasione della festa di san Giuseppe, fino al 1750, si riunivano sotto il pronao del Pantheon ed esponevano le loro opere pittoriche per onorare il patrono dei falegnami e degli artigiani/artisti. Oggi, gli eredi dei “Virtuosi” si sono spostati in via Margutta e continuano in parte a tenere viva una tradizione che risale al medioevo.

Al centro della nostra amena piazza, oggi animata dai turisti e dagli artisti di strada, a metà del ‘400, Papa Eugenio IV decise di collocare una vasca di porfido decorata con due leoni egizi, le cui copie oggi ornano la fontana del panciuto Mosè in zona Terme di Diocleziano. Questo fu il primo tentativo di recuperare uno spazio urbano di pregio, attraversato giornalmente da cardinali, ambasciatori e dai baroni romani che risiedevano nei dintorni e che non doveva essere certo un belvedere.

Un secolo dopo, Papa Gregorio XIII incaricò l’architetto Giacomo Della Porta di progettare una fontana degna di questo nome. L’architetto, ormai abituato a incarichi arditi, finì la cupola di Michelangelo: creò 4 mascheroni collocati su un bacino di forma quadrangolare i cui lati sono lobati, di quella fontana tutto sommato concepita sobriamente abbiamo solo una vaga percezione poiché il gusto dei papi cambiava a ogni elezione. E così, nel 1711, Clemente XI fece aggiungere il piccolo obelisco di Ramesse II e fece scolpire la scogliera che lo sorregge.

E che fine fece la vecchia vasca che dalla metà del ‘400 ornava il centro della piazza? Giaceva negletta e dimenticata in un angolo, utilizzata come appoggio dai venditori di pesce salato e storioni pescati nel Tevere, storioni talvolta così vecchi da venire ravvivati mettendoli a bagno nella pregiata vasca, per cui i pescivendoli quando decantavano la “freschezza” dei loro prodotti, si riferivano alla freschezza dell’acqua che riempiva la vasca.

Eh sì, lo storione abbondava nel Tevere, ma non è il pregiato tipo beluga da cui si estraggono le uova per trasformarle in prelibato caviale, ma questa degli storioni è una storia che racconterò un’altra volta.

A proposito della vecchia vasca, che finì per diventare il sarcofago contenente i resti mortali di Papa Clemente XII Corsini, collocato nella gloriosa Cappella Corsini della Basilica di San Giovanni in Laterano, si sa che a Roma tutto si riusa e che i romani hanno sempre mantenuto il loro pragmatico approccio al concetto di “seconda mano”, anche quando si tratta di seppellire un papa!

Nell’800 la piazza era ancora affollata dalle bancarelle, rumorosa e maleodorante. La fontana, malgrado gli abbellimenti e i rimaneggiamenti subiti nel corso dei secoli, continuava a essere utilizzata come “raffrescatore” per pesce e ortaggi. Così Pio VII, a cui non mancava certo piglio e autorità, chiuse il mercato e lo fece trasferire in piazza delle Coppelle e affinché fosse ben chiaro a tutti che il divieto della mercatura era irreversibile, celebrò la liberazione della piazza dalle “orrende bancarelle” con una frase trionfante scolpita su una lastra di marmo ancora oggi facente bella mostra di sé sul lato opposto al Pantheon.

Che cosa ci rimane oggi di quel mercato? Oggi la folla colorata e rumorosa fatta di turisti e di locali che siedono e ascoltano i suonatori di strada, si riposano sui gradini che sorreggono la base della fontana e invece di rinfrescare il pesce, gustano un gelato o scattano fotografie. E ancora di aristocratici che abbandonate carrozze con tiri a sei cavalli si muovono a piedi e rapidamente scompaiono dietro i portoni di quegli stessi palazzi muti testimoni dello scorrere del tempo, oppure da frati domenicani che corrono verso la casa madre di Santa Maria sopra Minerva. Dunque l’anima un po’ popolare, un po’aristocratica, un po’religiosa e un po’ pagana convive esattamente come in passato nello stesso spazio urbano. È vero che il mondo è cambiato, ma Roma è eterna proprio perché le sue tradizioni sopravvivono anche se rivedute dalla modernità. Roma è eterna perché sopravvive a se stessa, con lo stesso immutato spirito.