Roberto Mancini: “Credo nei miei ragazzi, ma i campioni non ci sono più”

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Di Giancarlo Padovan
Foto di Grigore Scutari

Roberto Mancini, 54 anni, commissario tecnico della Nazionale italiana da cinque
mesi, è un allenatore di valore e una persona perbene. Lo sapevo già. Tuttavia per un lunghissimo periodo l’ho osteggiato e criticato. Violentemente, pervicacemente,
immotivatamente. Avrebbe potuto chiudersi a riccio, togliermi il saluto e tagliare
qualsiasi rapporto con me. Invece, proprio nel momento in cui aveva meno bisogno (anzi, non ne aveva per nulla, visto che, di lì a poco, avrebbe firmato un prestigioso contratto con lo Zenit di San Pietroburgo), mi ha cercato facendomi una sola domanda: perché? Il primo incontro di persona, dopo la rappacificazione, è avvenuto a Roma, dove Roberto vive, all’indomani della dolorosa sconfitta con il Portogallo, in Nations League, la nuova manifestazione continentale istituita dall’Uefa. L’Italia deve evitare di finire ultima in un girone a tre (comprendente Portogallo e Polonia), pena la retrocessione in serie B. Non sarebbe uno scandalo. Sia perché la nostra Nazionale ha mancato, con Gian Piero Ventura alla guida, la qualificazione al Mondiale appena disputato in Russia, sia perché l’obiettivo di Mancini è quello di ricostruire da zero cercando di raggiungere la fase finale dell’Europeo 2020 che sarà itinerante (gara d’inaugurazione a Roma, semifinali e finale a Londra) per la prima volta nella sua storia. Il sorteggio per le qualificazioni si svolgerà ai primi di dicembre, una partita tutta da vivere e ancora da scrivere.

Cominciamo da ciò che non ti piace di questo nuovo ruolo che, peraltro, hai
voluto fortemente…

Non c’è nulla che non mi piaccia. Solo che fai il mestiere di allenatore in maniera
diversa: vedi più partite per conoscere i giocatori.

Nient’altro di anomalo?

Sì, ho imparato una cosa: da ct ti danno un sacco di premi e non sai il perché.

In quanto tempo la tua Nazionale diventerà la squadra che vuoi?

Noi abbiamo un obiettivo: qualificarci per gli Europei. E per farlo dobbiamo mettere
insieme venticinque giocatori e formare un gruppo competitivo. Abbiamo meno di un anno, c’è da lavorare.

Sei stato un grande calciatore e fai l’allenatore da molti anni. Hai un modello cui ispirarti?

Io ho avuto Boskov ed Eriksson, non molti allenatori. Ho imparato da tutti, ma sono
riconoscente a Burgnich che a Bologna mi ha lanciato in serie A quando avevo sedici anni. Giocavo da allievo, non ero neanche nella Primavera.

Con quale sistema di gioco preferisci schierare la tua squadra?

Mi piace giocare con due punte e due esterni d’attacco. Ma poi cerco di adeguarmi ai calciatori che ho.

Parliamo un po’ di ruoli. Come portiere dell’Italia ormai hai scelto
Donnarumma…

Gigio è una certezza, anche se è un ragazzo giovane. Deve crescere ancora tanto, ma alla sua età (19 anni) ha già raccolto più di cento presenze in serie A e sta facendo bene. Sugli esterni bassi, quelli che una volta si chiamavano terzini, non hai abbondanza di scelte. Per le partite di Polonia e Portogallo pensavo che avresti convocato anche Darmian del Manchester United…
Lo volevamo chiamare perché pensavamo facesse qualche presenza con il suo club. Invece ha giocato una sola partita. Ma lo rivedrò certamente.

Perché, in azzurro, Immobile non rende come nella Lazio?

Ci sono sempre stati calciatori che facevano bene nelle proprie squadre e meno bene in Nazionale. Si tratta di non vivere questo appuntamento come un esame.
A centrocampo si sente l’assenza di Verratti…Dopo la pausa ha ricominciato a giocare. Purtroppo nell’ultimo anno e mezzo ha
sofferto per troppi infortuni.

Per la partita persa in Portogallo ti hanno criticato perché hai fatto giocare
qualcuno fuori ruolo? “Chi?”. Cristante, per esempio. Nell’Atalanta faceva
quasi il trequartista…

Ma nella Roma è uno dei centrali di centrocampo. L’ho messo anche per le sue
caratteristiche fisiche.

Dove può arrivare Chiesa?

Ha grande qualità e forza, lo strappo tipico delle ali di una volta. Fra un anno e
mezzo, quando saremo all’Europeo, può essere pronto.

Tu hai detto che i giovani devono giocare di più nei club…

Ogni allenatore fa i propri interessi, però penso che ci siano molti ragazzi italiani
dotati di qualità. E possono dimostrarla solo se giocano.

Che cosa manca ancora alla Nazionale?

Esperienza e convinzione.

Sei sicuro, come me, che se Bernardeschi avesse segnato in una delle due
occasioni che ha avuto contro la Polonia, avremmo visto un’Italia diversa sia in quella partita, sia con il Portogallo?

Certo. Abbiamo bisogno di fiducia e di entusiasmo. Sai quante volte, quando
eravamo ragazzi, alla Sampdoria, facevamo partite brutte e, poi, magari contro la
Juve o l’Inter ci si esaltava?

Deluso dalle prime due uscite ufficiali?

No. Ai primi di settembre, con la stagione appena cominciata, non eravamo ancora
pronti. Da questo mese dovremo avere una migliore condizione fisica.

Per caso ti condiziona il fatto che finora la Federcalcio non abbia ancora un
presidente ma sia commissariata?

No, mi trovo bene. Anzi, benissimo. Mi è stato messo a disposizione tutto quello di
cui avevo bisogno. Sento la vicinanza di tutti e ho un ottimo rapporto con il gruppo di lavoro.

Ma non mi puoi dire che non ci siano problemi…

Sapevo che sarebbe stato un lavoro lungo e difficile, ma non certo per ragioni di tipo politico o organizzativo. Il problema è che abbiamo preso la Nazionale in uno dei momenti più difficili della sua storia.

I giovani non giocano, d’accordo. Ma c’è anche una crisi di talenti…

Del Piero, Totti, Buffon, Pirlo, Cannavaro, Nesta e cito solo alcuni dei più bravi, non ci sono più. Sto parlando di campioni, giocatori fatti al cento per cento. Ma sono ottimista.