Almeno l’italiano sallo! – Abitudini sbagliate e contagiose

Gli errori più frequenti che commettiamo nel linguaggio scritto e parlato. Di Valeria Della Valle, linguista, già professoressa associata di Linguistica italiana all’Università Sapienza di Roma

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Valeria Della Valle

Ci sono  abitudini sbagliate e contagiose che si sono diffuse ormai da  molti anni nella lingua italiana.  Vorrei  segnalarne quattro ai nostri lettori, perché facciano un veloce  test su sé stessi  e controllino di non esserne stati contagiati.  La prima consiste nell’usare piuttosto che al posto delle congiunzioni o, oppure. Nella lingua italiana piuttosto che può essere usata solo col valore di “più che”, “anziché”, “invece di”, per introdurre una frase comparativa o avversativa. L’uso di piuttosto che per indicare un’alternativa è tipica di alcune regioni dell’Italia del nord, ma non è corretto e crea ambiguità e confusioni. Una frase come «quest’estate andremo in vacanza a Rimini piuttosto che a Viareggio» significa solo e unicamente che andremo in vacanza a Rimini anziché a Viareggio.   Dunque, se vogliamo esprimere un’alternativa tra due cose, tra due possibilità,  dobbiamo usare solo le congiunzioni o, oppure. Se si usa piuttosto che al posto di o, oppure, si creano equivoci e ambiguità.  Purtroppo la moda del piuttosto che al posto di o, oppure si è diffusa  anche nell’Italia del centro e del sud, grazie al modello esercitato da chi parla in televisione e non controlla bene il proprio linguaggio.

Un’altra cattiva abitudine riguarda l’avverbio assolutamente, che molti usano in risposta a una domanda, senza specificare se si tratta di una risposta affermativa o negativa. Quando, per rispondere a una domanda, si usa assolutamente, bisogna sempre precisare se ha valore positivo o negativo, aggiungendo un o un no.   A una domanda come: «È il mio turno per la visita?», la risposta assolutamente non basta, perché potrebbe significare sia che è il vostro turno,  sia che non lo è.   Chi vi risponde deve  specificare, se davvero  è arrivato il  turno per la vostra  visita: «Assolutamente si! (o «assolutamente no!», se non lo è). Un altro avvertimento:  meglio non imitare alcuni personaggi televisivi, che hanno l’abitudine di ripetere come macchinette, a ogni domanda: «assolutamente sì!», «assolutamente no!», e rispondere alle domande con un semplice o con un semplice no.

Altra moda da evitare: usare il verbo fare come un verbo passe-partout, buono in tutte le occasioni: in questo caso nord, centro e sud d’Italia si dividono le colpe del cattivo uso del verbo. Una brutta abitudine diffusa nell’Italia settentrionale è quella di dire «quest’estate ho fatto  la Nuova Zelanda», «a Natale faremo le Maldive». Esprimendoci così diamo al nostro discorso un tono disinvolto e noncurante, quasi a voler dire che si viaggia continuamente, collezionando luoghi esotici e lontani (mentre in realtà si dà solo prova di provincialismo, e sicuramente di sciatteria linguistica).  Un  difetto linguistico diffuso, invece,  nell’Italia centromeridionale è quello di dire «per il compleanno gli ho fatto un telefonino», usando il verbo fare nel significato di “regalare” o “comprare”: è un’abitudine sbagliata, perché il verbo fare  può significare “costruire”, “fabbricare”, non “comprare”.  Naturalmente, il verbo fare va benissimo se ci riferisce a qualcosa che è stato fatto con le  proprie mani. In questo caso è più che corretto dire «per la sua festa gli ho fatto una torta», «per  l’onomastico gli farò un golf».

Chiudo l’elenco delle cattive abitudini  con un errore molto comune: l’uso di auspicarsi. Il verbo “auspicare” significa “augurarsi”, e non ha bisogno  di essere completato dal pronome “si”. Perciò, bisogna dire e scrivere «il ministro auspica il successo della trattativa»,  «tutti auspicano la fine della guerra», mentre è sbagliato dire «mi auspico che la storia finisca bene». Questi quattro e semplici suggerimenti serviranno a  fare un controllo sulle proprie abitudini linguistiche, una specie di ripasso amichevole, per incoraggiare l’uso di una buona lingua italiana: una lingua viva, ricca, aperta, ma non succube delle mode per snobismo provinciale o per imitazione di modelli considerati (a torto) più prestigiosi.