L’arte della seduzione – Le nuove frontiere del feticismo

A cura di Elisabetta Fernandez, sociologa, sessuologa, dottore di ricerca in "Teoria e Ricerca sociale" (www.elisabettafernandez.it)

600

Feticcio (feitiço) è una parola che comincia a essere utilizzata dai mercanti di schiavi portoghesi nel secolo XVIII per definire oggetti pertinenti al culto animistico e deriva dal latino facticius, artificiale. La bambola, in questa accezione del termine, ha quindi pieno diritto di cittadinanza nel mondo feticista e rappresenta un’evoluzione notevole, un passo avanti rispetto a un capo di biancheria, una scarpa, un fazzoletto o altro, da sempre utilizzati da chi, per eccitarsi e vivere momenti di ebbrezza, entra in contatto con oggetti che ritiene fonte di godimento.

Ritorna alla mente  la favola antica che Edward Burne-Jones ripropose mirabilmente in una serie di dipinti: il mito di Pigmalione, il misogino scultore di Cipro che viveva in solitudine, evitando le sue concittadine da lui ritenute troppo frivole e che finì per innamorarsi di una vergine di avorio, da lui stesso scolpita, Galatea.  La baciava, le parlava, l’abbracciava, le portava perfino dei regali. Era talmente innamorato che chiese ad Afrodite di trasformare la statua in una donna e la dea acconsentì. Pigmaglione poté così, finalmente, realizzare il suo sogno.

Nell’epoca attuale, gli amanti delle bambole non corrono certo il rischio di vedere trasformato il loro oggetto d’amore inanimato in una donna in carne e ossa, spirito compreso. La tecnologia, però, ormai pervasiva nella vita di ognuno, pur non riuscendo ad avere la potenza degli dei, non rinuncia ad ampliare il suo dominio, anche nel campo della sessualità, spingendosi oltre i tradizionali confini di intervento, legati a una secolare produzione di strumenti destinati al piacere e mette a disposizione di chi può permetterseli, modelli di bambole  sempre più “raffinati” e costosi.

Elisabetta Fernandez

Seni prosperosi, fianchi tondi, lunghe gambe affusolate, labbra tumide e uno sguardo fisso verso chi la stringe e la bacia. È la “real doll”, una bambola di silicone introdotta nel 1996 dalla Abyss Creations LLC con sede in California e sulla quale il compratore ha possibilità di far apportare modifiche, scegliendo il colore dei capelli, degli occhi, delle unghie, del rossetto, per renderla simile al suo tipo di donna ideale. Negli anni sono stati venduti oltre cinquemila modelli, a prezzi che partono da circa cinquemila dollari. Ancor più costosa sarà la versione sex robot, in grado di offrire oltre cinquanta posizioni, già annunciata come un’evoluzione “2.0”della real doll.  Per la gioia di indomiti feticisti.

Aumentano le prestazioni, ma anche i costi e chi non intenda affrontare una spesa sostenuta può recarsi nei “bordelli con sex doll”.  Ne sono già stati aperti alcuni in Europa: a Barcellona, Parigi e Dortmund dove, con circa 100 euro, si può trascorrere un’ora in compagnia della “signorina”. Non sono poche le voci dissenzienti che si sono levate in merito alla liceità di tale commercio.

Nonostante il rispetto dovuto alle scelte sessuali, insindacabili purché mantengano fede al motto primum non nocere, una domanda, tra le altre, si fa spazio tra i più curiosi: che cosa sottende il desiderio di vivere la sessualità con una bambola? Forse la difficoltà di essere “uomini fino in fondo”?  Non necessariamente. Al di là di facili giudizi, la bambola potrebbe essere parte di un giocoso erotismo, un modo di realizzare le proprie fantasie, una “trasgressione” innocente.

Trasgressione? Rispetto a chi e a che cosa? Nonostante il limite tra comportamento normale e anormale non possa essere stabilito in modo rigido, nel riconoscimento di una democrazia emozionale, permane tuttavia la presenza di un paradigma di riferimento, legato al contesto sociale, del quale generalmente si tiene conto. Nell’ottica di una sessualità inserita in ambito relazionale, comunicativo, affettivo, il rapporto con l’oggetto inanimato, se si sostituisse a una relazione con una persona con emozioni e sentimenti, farebbe sorgere  più di qualche perplessità.

Può la sessualità limitarsi al rapporto con una bambola, silenziosa complice di una sorta di autoerotismo, oggetto sul quale costruire l’illusione d’amore,  un altro senza essere altri, solo per il timore che un confronto possa implicare troppe responsabilità, ansia da prestazione o rischio di finire con un annegamento nell’oceano del nulla? Sicuramente l’incontro con la real doll conduce verso sponde sicure; lei non replica, non dissente, ma non è, forse, più dolce naufragare in altro mare?