Le platamonie del Monte Echia di Napoli

Di Maria Sannino, orientalista, blogger, guida turistica della regione Campania,accompagnatore e interprete turistico (www.mariasannino.com)

Nel mio lavoro di guida turistica ho il privilegio di ritrovarmi spesso a narrare storie affascinanti che riguardano la incantevole città di Napoli, così unica e sempre pronta a far parlare di sé, soprattutto quando si tratta di sensazionali scoperte archeologiche che ammaliano più di una sirena. L’archeologia, si sa, è una scienza in continua evoluzione, sempre alla ricerca di altre verità nascoste nelle viscere della terra, ed è affascinante. Quando si parla di Napoli, poi, archeologia fa quasi sempre rima con magia. In modo particolare quando le scoperte avvengono in quel piccolo luccicante porto di Santa Lucia, proprio davanti all’isolotto di Megaride, dove è il famoso Castel dell’Ovo, legato esso stesso alla magia di un uovo.

Nel porticciolo di Santa Lucia, recentemente, i marinai si sono accorti della presenza di un tunnel sommerso dove si vedevano distintamente alcune costruzioni. Le loro storie hanno incuriosito gli archeologi che qui hanno trovato chiari segni del porto dell’antica città di Parthenope, fondata dai greci nell’VIII sec. a. C., che sorgeva, in alto, sulla retrostante collina di Pizzofalcone. E. forse, hanno ritrovato addirittura i resti di quel famoso villaggio, che risale al tempo degli argonauti, chiamato Phalerum (Falero), quando il condottiero greco Eumelo Falero, padre di una fanciulla di nome Parthenope, fondò quello che secondo gli antichi fu il primo agglomerato urbano costruito su quella stessa collina che a quell’epoca era unita ancora all’isolotto di Megaride.

Le ultime ricognizioni hanno rilevato una strada in salita, dei canali scavati in forme trapezoidali, simili a quelli ritrovati a Cuma, tipici del metodo di scavo greco e altre costruzioni, in riva al mare, che pare fossero dei veri e propri avamposti militari. Essi si trovano ora a circa 6 metri sotto il livello del mare di Santa Lucia.

E mi piace immaginare come potesse essere questo sperone roccioso all’arrivo dei greci, prima che l’uomo moderno stravolgesse, con colmate di cemento, un luogo incantevole e magico, che ha conservato tuttavia il suo fascino.

I primi greci vi trovarono una penisola a forma di becco di falco che si protendeva verso il mare, formando un sicuro approdo per le barche dei marinai che, superando flutti e sirene, con l’aiuto e la guida di Apollo, tramutatosi in colomba per l’occasione, arrivarono sani e salvi sulle sponde del Monte Echia. Qui il banco di tufo giallo, chiamato in seguito napoletano, era solcato da innumerevoli spelonche, antri altissimi e ampi, che i greci chiamavano “platamonie”, ovvero grotte scavate nella roccia dall’erosione dell’acqua del mare e da un fiume sotterraneo che ha alimentato le più belle leggende perché si perde nei meandri del sottosuolo per risalire in superficie e scomparire di nuovo.

Le “platamonie” erano luoghi ideali per riparare le barche ma anche per viverci, grazie alla presenza di acqua sorgiva che ne fuoriusciva. Col tempo i greci, che non difettavano certamente di estro, compresero che la roccia vulcanica di quelle grotte era ideale per costruire sontuosi palazzi, poiché essa era leggera ma anche molto resistente allo schiacciamento, si poteva tagliare ed estrarre con facilità e poteva essere trasportata agevolmente o addirittura issata attraverso gli innumerevoli canali e pozzi che i greci realizzarono mettendo in comunicazione i diversi antri.

Comprendendo che il metodo migliore per sostenere le cavità fosse quello di conferire loro una forma trapezoidale, i greci iniziarono ad ampliare le caverne, portandole ad altezze vertiginose che raggiungevano anche 35 metri. Con le pietre estratte essi edificarono una magnifica città sulla collina, dotandola persino di un efficiente acquedotto costituito da cisterne e canali per attingere direttamente l’acqua dal fiume sotterraneo che scorre, ancora oggi, sotto Pizzofalcone. È da considerare che un tempo il mare avanzava fino a raggiungere l’area del Chiatamone (corruzione di “platamonie”) e addirittura, verso Ovest, la piazza dei Martiri nei cui pressi sono ancora visibili alcuni antri (parcheggio Morelli e cinema Metropolitan).

Maria Sannino, orientalista, blogger, guida turistica della regione Campania

Le “platamonie” furono a lungo utilizzate anche come luoghi di culto e, in epoca romana, furono usate persino come vere e proprie terme per la presenza di numerose sorgenti sulfuree. Tra riti cultuali e terme, esse erano talmente suggestive che divennero dei luoghi di delizia, non mancando usi un po’ più eccentrici come luoghi ideali per vere e proprie orge in onore di Priapo, figlio di Venere, che furono proibite solo dopo diversi secoli, in epoca vicereale, quando don Pedro de Toledo decise di chiudere le ampie caverne per porre fine a quelle “scandalose abitudini” dei partenopei.

Le “platamonie” sono ancora oggi visibili sotto il Monte Echia, nell’area del lungomare e dove sorgono gli alberghi più noti della città. Esse sono diventate in alcuni casi garage e parcheggi, che arrivano persino ad avere sette piani e in altri casi sono state trasformate addirittura in civili abitazioni.

Inerpicandosi lungo le rampe di Pizzofalcone, chiamate anche di Lamont Young, che iniziano nel centro della via Chiatamone e, salendo a zig zag, sulle case che sono per metà costruite nelle caverne e per metà all’esterno, si arriva fino al Monte Echia, a un’altezza di 56 metri sul livello del mare. Sbirciando tra le finestre aperte delle case, si riesce talvolta a scorgere queste suggestive costruzioni che sembrano sospese nelle immense grotte create dai greci quasi tremila anni fa. E sembra di vivere in una favola, soprattutto se si visita la zona di sera, quando le luci sono accese e si riesce a vedere la grandiosità delle antiche spelonche che fanno da sfondo alle case degli abitanti delle rampe.

Via via che si salgono tali rampe, camminando letteralmente sui tetti delle moderne case senza neanche rendersene conto, il panorama si fa sempre più spettacolare. Fermandosi a guardare il golfo di Napoli, lo sguardo spazia tra la splendida collina di Posillipo, punteggiata dalle eleganti e nobili dimore, e la cosiddetta villa comunale con il suo verde interrotto dalle sinuose statue di marmo bianco. Si sale ancora ed ecco che, in prossimità di una terrazza panoramica, si incontrano i pochi resti antichi della favolosa villa di Lucio Licinio Lucullo che, in epoca romana, era talmente ampia da arrivare a coprire tutta la collina di Pizzofalcone, sostituendosi all’intera antica città di Parthenope.

Percorrendo il sentiero che fiancheggia i resti della immensa villa, lo sguardo viene attratto poi verso Sud da una visione spettacolare: il Vesuvio, la penisola di Sorrento, l’isola di Capri e la sottostante città di Napoli con il mare luccicante di Santa Lucia. Con una simile immagine davanti agli occhi si può facilmente comprendere perché i greci avessero scelto questo luogo incantevole per erigere una delle più belle città al mondo. Essi avevano innato in sé non solo il senso pratico ma anche e soprattutto il senso del bello e dell’eleganza.