ESCLUSIVO Alberto Sordi segreto

Il giornalista Igor Righetti, direttore del mensile “Mese per Mese” e del quotidiano online “Mesepermese.it”, nipote del grande attore romano da parte della mamma Maria Righetti, svela aneddoti e ricordi dell’Albertone nazionale la cui vita privata è sempre rimasta blindata

Alberto Sordi alla macchina da presa
Alberto Sordi sul set del film "Io e Caterina" del 1980 di cui è stato anche regista (Foto per gentile concessione © Archivio storico Enrico Appetito-Roma)

Alberto, nella sua ironia, riesce a essere attuale anche oggi. Basti un suo pensiero: “La nostra realtà è tragica solo per un quarto: il resto è comico. Si può ridere su quasi tutto”. Sembra una battuta per descrivere la situazione italiana attuale. Era un profondo conoscitore dell’animo umano. E come tutti i grandi comici era un po’ filosofo: “È meglio che ti ci abitui da piccolo alle ingiustizie perché da grande non ti ci abitui più”. Questa frase di Alberto, usata nel film “Il vigile”, fu censurata dalla Commissione di revisione cinematografica. Chissà quanto altro avrebbe potuto dire oggi. I suoi personaggi, prepotenti con i deboli e servili con i potenti, a cui cercano di elemosinare piccoli privilegi, continuano a vivere nei suoi film. Non è ancora cambiato nulla. In oltre sessant’anni di carriera ci ha rappresentato per quello che siamo e che alcuni avrebbero preferito non essere. Ci ha costretti allo specchio e a volte ci ha fatto vergognare di noi stessi. Ha percorso la storia d’Italia e dei suoi abitanti dal Dopoguerra alla fine del secolo dimostrando di essere un analitico osservatore della nostra società. Non a caso il critico Enrico Giacovelli scrisse: “Gli altri hanno fatto la commedia all’italiana, Alberto Sordi è stato la commedia all’italiana”.

Matrimonio di Carlo De Luca e Fulda Sordi, cugina di Alberto. Al matrimonio era presente anche Alberto (bambino) con la sua famiglia. Lui è il secondo a sinistra con la coppola

La riservatezza era una ragione di vita

Mio zio aveva una vera e propria venerazione verso sua madre Maria Righetti, la persona più importante della sua vita, che considerava come la Madonna: senza peccato. Era molto geloso della sua vita privata. Per Alberto la riservatezza era una ragione di vita e non amava l’ostentazione. A noi parenti diceva: “Le cose mie tenetele per voi. Quando non ci sarò più potrete raccontarle”. Con i giornalisti accreditati, i suoi collaboratori e con il suo personale dipendente non si lasciava andare a confidenze personali, non raccontava nulla della sua vita privata se non ai suoi familiari e ai suoi parenti più stretti perché temeva molto la possibilità che estranei potessero farsi pubblicità alle sue spalle o peggio ancora di speculare raccontando storie inventate, costruite su misura per far colpo sulla gente e acquistare notorietà.

Il padre morì quando Alberto aveva appena vent’anni. L’aiuto dei parenti

Il papà di Alberto, Pietro, morì nel 1940 quando lui aveva appena vent’anni e non era ancora famoso. Quindi un po‘ tutti i parenti gli sono stati vicini anche perché sua madre non lavorava e aveva altri tre figli che, a differenza di Alberto, avevano continuato a studiare. E ovviamente cinque persone non potevano certo vivere con il lavoro saltuario di Albertone come comparsa. Gli inizi della sua carriera furono molto duri e pieni di ostacoli come ricordò a Lietta Tornabuoni de La Stampa: “Ho ossessionato la gente, ho chiesto, cercato, insistito, colto tutte le occasioni, mi sono imposto con improntitudine. Nessuno ti regala mai niente: ci vuole costanza, passione, fatica, resistenza”. Suo padre Pietro, musicista, non era affatto entusiasta che il figlio volesse intraprendere la carriera di attore in quanto conosceva bene le difficoltà del mondo dello spettacolo. Tanto è vero che, quando Alberto si ritirò nel 1936 dall’Istituto d’avviamento commerciale “Giulio Romano” di Trastevere, lo mandò a Milano a lavorare dallo zio Pio Zocchi il quale aveva un’azienda che si occupava di impianti elettrici con commesse anche nel capoluogo lombardo. Non aveva mai amato la scuola perché lui voleva apprendere soltanto ciò che gli sarebbe servito per fare l’attore. “Tu non diventerai mai un grande attore”, gli diceva il padre Pietro. “Bisogna lottare per affermarsi, per spiccare sugli altri – gli ripeteva – ed è difficile, non ti illudere”. Per descrivere la personalità del padre, Alberto diceva che si era adattato a suonare il basso tuba, uno strumento di accompagnamento. “Ammirava gli altri – affermava – ma di sé non parlava mai”.

Il suo primo smoking gli fu regalato da mio nonno Primo Righetti

Allo smoking per i suoi primi spettacoli teatrali pensò mio nonno Primo Righetti il quale gli fece trovare in tasca anche un po’ di denaro. Fu proprio mio nonno a incoraggiarlo a proseguire nel suo sogno. Alberto gli fu sempre grato tanto che, anni dopo, quando si paralizzò, provvide a farlo curare da un grande specialista e al suo ricovero in una clinica di lusso. Il tutto a sue spese. Mio padre Alessandro, invece, diventato poi scultore, realizzava con lui le statuine di gesso del presepe per la parrocchia di Trastevere che frequentavano insieme. Quando Albertone cominciò a muovere i primi passi nei teatri mio padre divenne il suo capoclaque, cioè colui che faceva partire gli applausi del pubblico. Alberto gli scriveva sul copione le parti in cui doveva far intervenire gli spettatori. Altri parenti li ha poi voluti in alcuni suoi film come suo cugino Renato Ferrante, la cui somiglianza con Alberto è impressionante, al quale affidò parti nelle pellicole “L’avaro” e “Assolto per aver commesso il fatto”.

Ma la nostra presenza accanto ad Alberto e Aurelia è sempre stata discreta così come lo erano loro. Tutti noi parenti lo abbiamo frequentato fin da quando non era nessuno e in tanti lo hanno aiutato. Alcuni parenti, come lo zio Peppino Righetti, funzionario dell’Enpals, nel 1937 gli compilò le pratiche per l’iscrizione all’Ente nazionale di previdenza e assistenza per i lavoratori dello spettacolo. Inoltre, gli comunicava le audizioni per partecipare come comparsa nei vari film che venivano girati nella capitale. E così, a 17 anni, Alberto fece  il suo esordio nel mondo del cinema come comparsa nel colossal diretto da Carmine Gallone, “Scipione l’africano”. Era uno dei soldati romani.

Altri parenti, come la zia Ginevra, sorella del padre di Alberto della quale parla con grande affetto anche in alcune interviste pubbliche magnificandone i suoi gnocchi e le tagliatelle, lo ospitava a casa sua a Valmontone (città Natale del padre dove faceva parte della banda comunale) e gli cucinava deliziosi manicaretti. Certo, Alberto non era lo zio della domenica: un artista che ha trascorso la sua  vita in scena, che ha realizzato oltre 200 film e che ha dedicato la propria vita al suo lavoro tanto da non sposarsi proprio per evitare di sottrarre energie preziose alla sua professione, di tempo libero ne aveva ben poco. Ma nelle tante occasioni in cui ci siamo visti passando un po’ di tempo assieme non ha mai mancato di essere affettuoso e di darmi consigli professionali preziosi che poi mi sono stati utili per realizzare i miei programmi sulle reti radiofoniche e televisive della Rai come “Il ComuniCattivo”.

A 11 anni vinse il concorso Bambini più belli d’Italia

A 4 anni Alberto fu investito da un furgoncino ma rimase incolume. Nella splendida basilica di Santa Maria in Trastevere fu posto su un altare davanti a una statua della madonna in segno di ringraziamento per il miracolo. A 11 anni vinse, vestito alla marinara, il concorso Bambini più belli d’Italia. Come premio ottenne la tessera omaggio per il cinema per un anno. Alberto era esibizionista fin da bambino. Lui diceva che aveva cominciato a recitare quando faceva il chierichetto: gesticolava e cantava i brani sacri alzando e falsando la voce. L’altare per lui corrispondeva a un palcoscenico e i fedeli erano il suo pubblico. Il parroco, don Bianchi, approvava la sua vocazione ma gli diceva che non doveva fare l’attore sull’altare e lo redarguiva, come ricordava Alberto, con uno “sganassone”.

Perché non ha mai voluto interpretare personaggi politici

Diceva che recitavano già loro e che sarebbe stata una sovrapposizione inutile. Un politico, vero, Giulio Andreotti, con il quale aveva una profonda amicizia, lo ospitò sul suo taxi nel film “Il tassinaro” del 1983. Negli anni Cinquanta la Democrazia cristiana gli chiese di fare il sindaco di Roma (non per un giorno, per i suoi 80 anni, come fece il 15 giugno del 2000 con Rutelli). Pur cattolico declinò l’invito. Altre proposte di entrare in politica le ricevette un po’ da tutti gli schieramenti politici. Affermava che nell’Italia politica degli ultimi anni ci fosse tanta mediocrità.

Totò, Anna Magnani. Renato Rascel e Alberto Sordi alla consegna della Maschere d’argento nel 1955 (Foto per gentile concessione ©Reporters Associati & Archivi – Roma)

I suoi amori

Alberto si definiva un infedele per costituzione. A differenza di tanti suoi colleghi e dell’italiano medio che interpretava magistralmente non ha mai avuto né mogli né figli. Alberto diceva che se si fosse sposato sarebbe stato un pessimo marito e un pessimo attore. Le donne le ha sempre ritenute esseri superiori, ma con loro era chiaro e onesto fin dall’inizio: diceva subito che il rapporto non avrebbe avuto un futuro. Ha conosciuto e ha avuto rapporti  con tantissime donne ma non ne ha mai voluto parlare in pubblico, non ha mai fatto nomi perché la sua estrema riservatezza glielo impediva. Qualche confidenza, però, se la lasciava andare con alcuni suoi grandi amici dell’epoca come Vittorio De Sica o Federico Fellini e con alcuni parenti che aveva frequentato fin dall’infanzia tra i quali mio nonno e mio padre. E così anche i suoi amori sono rimasti un mistero tanto è vero che c’è pure chi ha ipotizzato che Alberto fosse gay. Probabilmente le stesse persone che hanno messo in giro che fosse tirchio soltanto perché non frequentava feste, non amava la mondanità, non si era sposato, non si interessava della moda e non si faceva vedere su auto lussuose.

Vittorio De Sica, Sophia Loren e Alberto Sordi in una pausa sul set del film “Ieri, oggi e domani” del 1963 (Foto per gentile concessione ©Reporters Associati & Archivi – Roma)

In realtà lui ha dedicato la sua vita al suo lavoro e al suo pubblico tanto da non sposarsi proprio per evitare di sottrarre energie preziose alla sua professione. Mai avrebbe voluto deludere i suoi milioni di fan in tutto il mondo. Alberto diceva di essere stato quasi sempre corteggiato. Una delle volte in cui prese l’iniziativa fu con l’attrice e doppiatrice Andreina Pagnani (il suo vero nome era Andreina Gentili). Era il 1942, Andreina Pagnani rappresentava una delle più celebri attrici di teatro. Lui aveva 22 anni, lei 36. Si erano conosciuti a Roma, nelle sale di sincronizzazione dove Alberto doppiava Oliver Hardy, il mitico Ollio. Per lei Alberto provò un sentimento molto importante e di grande gratitudine dato che lo introdusse da protagonista nell’ambiente del teatro di rivista. La loro storia durò ben nove anni e fu lei a decidere di interromperla dopo che l’attrice e soubrette Wanda Osiris, con la quale Alberto andò in scena per l’ultima volta nel teatro di rivista con “Gran Baraonda”, le svelò che Sordi la tradiva con una delle sue ballerine. Una sola volta andò molto vicino al matrimonio con un’ attrice austriaca bellissima: Uta Franz, nome d’arte di Uta Franzmair, figlia di due albergatori. Lei aveva 19 anni, Alberto 34. Avevano anche deciso la data, ma preso dal panico, Alberto mandò il suo amico Bettanini a riferire alla famiglia della futura sposa il quale, usando il plurale maiestatis, disse: “Quest’anno non possiamo sposarci perché siamo molto occupati”. Uta Franz ebbe un grande successo nel 1955 interpretando il ruolo della principessa Elena di Baviera nella trilogia Sissi.

Per un periodo della sua giovinezza, Alberto  studiò canto lirico e si esibì sulla scena operistica come basso. Ci raccontò di un flirt con una giovanissima Katia Ricciarelli confermato da lei stessa in un’intervista che rilasciò a  Gianfranco Micali il 6 agosto del 2013 e pubblicata sul quotidiano Il Tirreno. “Con Sordi – rivelò Katia Ricciarelli – si è trattato di un piccolo flirt. Io ero ancora una ragazza, arrivavo dalla provincia e il solo fatto di essere corteggiata da uno come lui mi sembrava incredibile. Mi ricordo che anche in privato improvvisavamo dei duetti, lui amava cantare l’opera, aveva una voce da basso straordinaria”.

E veniamo alla love story con Patrizia de Blanck, la contessa del popolo. Da sempre Patrizia de Blanck fa parte del jet set internazionale. La  sua villa di Montecarlo era frequentata da personaggi come Chagall, Churchill e Kennedy molto amico del padre di Patrizia. Dato che so che la storia tra Patrizia e Alberto fu molto spensierata e divertente e visto che nessuno, a eccezione di alcuni noi parenti, conosce la vita privata di Alberto, ho chiesto a Patrizia di renderla pubblica. Tra l’altro, Alberto e Patrizia sono rimasti in contatto durante gli anni perché tra loro era nata anche una bella amicizia. In alcune occasioni, tra la metà degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, ci siamo incontrati tutti insieme con Alberto, Patrizia e suo fratello Dario, artista allievo di Marc Chagall molto amico di mio padre, anch’egli artista, e i miei genitori.

Ricordo una cena memorabile nello studio di scultura di mio padre ad Alberese, nel Parco della Maremma, e alcune cene a casa di Patrizia. Lei mescolava l’insalata con le mani, dopo un accurato lavaggio perché diceva che così  si condiva perfettamente. Io e Giada, la figlia di Patrizia, eravamo delegati a togliere i semi ai pomodori perché Alberto li detestava. Lui la guardava divertito e un po’ perplesso mescolare l’insalata con le mani e diceva che poteva essere una scena di un suo film con Anna Longhi.

David Niven e Alberto Sordi preparano un piatto di spaghetti durante una pausa del film “I Due nemici” del 1961 (Foto per gentile concessione ©Reporters Associati & Archivi – Roma)

Alberto era un uomo libero e non amava i legami sentimentali in quanto lo avrebbero potuto distrarre dal suo grande amore: quello per il suo lavoro.  Nell’estate del 1966, mentre stava girando il suo film “Fumo di Londra”, conobbe Elisabeth, una ragazza di nemmeno vent’anni, che notò e le chiese di poterle fare un provino. Le diede una particina nel film e con lei passò un’estate che definì memorabile. La ricordava come una ragazza dolcissima tanto da dedicarle la sua celebre canzone “Breve amore”. Sempre nella capitale britannica, ci raccontò anche di una sua frequentazione con l’attrice, regista e sceneggiatrice americana Shirley MacLaine, sorella maggiore di Warren Beaty, che poi si fidanzò con la contessa Patrizia de Blanck. Alberto e Shirley MacLaine si incontravano di tanto in tanto a Londra.  Albertone era ammaliato anche dal fascino di Soraya, l’ex imperatrice di Persia, con la quale recitò nel film del 1965 “I tre volti”. La foto di Soraya con dedica era l’unica immagine femminile incorniciata da Alberto che teneva sulla scrivania del suo studio. Probabilmente, però lei non ricambiò e rimase solo un amore platonico.

Renato Ferrante, cugino di Alberto Sordi, con il quale ha preso parte ad alcuni suoi film tra i quali “L’avaro”

La leggenda metropolitana dell’avarizia

Da dove nasce la leggenda metropolitana della sua avarizia? Dal fatto che nel momento dell’apice del suo successo ai tempi della “dolce vita”, periodo in cui i divi si davano alla pazza gioia in via Veneto tra night, ristoranti alla moda e fiumi di champagne, lui non partecipava mai perché la sera studiava il copione e al mattino doveva alzarsi presto per stare sul set. In quel periodo Alberto ha realizzato anche 11 film all’anno, quindi non aveva tempo da perdere. Non ha mai amato né la mondanità né il gossip. Ha cavalcato a suo favore sia la leggenda metropolitana dell’avarizia, in quanto così nessuno lo avrebbe importunato e interpretando pure il film “L’avaro”, sia il fatto di essere rimasto scapolo spiegandone i motivi con la celebre frase  “E che, me metto un’estranea dentro casa?”.

Era oculato nelle spese, quello sì, aveva un grande rispetto per il denaro dato che proveniva da una famiglia non certamente ricca, ma non era taccagno. Avrebbe potuto avere auto lussuose ma non amava ostentare, era molto geloso della sua vita privata, così come non ha mai voluto fotografi nelle sue case e nella sua villa romana. Sorrideva quando vedeva i servizi fotografici realizzati nelle abitazioni di personaggi dello spettacolo, addirittura in molti casi prese in affitto soltanto per l’occasione,  in cui venivano immortalati la camera da letto, i bagni e pure il frigorifero aperto.  Caratteristica che accomuna ormai tanti personaggini dalla consistenza di un budino che affollano l’attuale panorama del cosiddetto star system nostrano. Ha fatto tanta beneficenza, ma sempre in silenzio. Ha pagato cure mediche per amici e colleghi in disgrazia e ha aiutato molti bambini poveri dato che Alberto frequentava gli orfanotrofi. Ma anche  la beneficenza la faceva senza sbandierarla, non si faceva fotografare con le gigantografie degli assegni come fanno altri.

Marchese del Grillo o marchese Sordi?

Ad Alberto era sempre piaciuto frequentare la nobiltà in quanto incuriosito dal loro modo di vivere e di pensare. Un suo sogno era quello di andare a letto con la Regina Elisabetta. Un suo caro amico appassionato di araldica, Alessandro Cutolo, dopo alcune ricerche scoprì che la famiglia Sordi poteva essere imparentata con i marchesi Sordi di Mantova. Alberto quindi andò a incontrare la marchesa Sordi e scoprì, con suo grande dispiacere, che non c’era alcuna parentela. Rimase però in contatto con la marchesa e tornò a Mantova molti anni dopo per la presentazione del suo film Nestore. Per l’occasione si incontrò con Benedetto,  il figlio della marchesa Sordi, la quale nel frattempo era deceduta.

Il dottor Sordi

Ad Alberto, a meno di un anno dalla sua morte, furono conferite due lauree honoris causa. La prima il 12 marzo 2002 dall’Università Iulm di Milano in “Scienze e tecnologie della Comunicazione” con questa motivazione: “Per la coerenza di un lavoro che non ha eguali e per l’eccezionale capacità di usare il cinema per comunicare e trasmettere l’ideale storia di valori e costumi dell’Italia moderna dall’inizio del Novecento a oggi”. Nello stesso anno, il 24 aprile, l’Università degli studi di Salerno gli conferì un’altra laurea, sempre in Scienze della comunicazione. Oltre mille studenti presero parte alla cerimonia manifestando grande entusiasmo alla consegna del prestigioso riconoscimento tanto da commuovere fino alle lacrime l’Albertone nazionale che in quell’occasione dedicò la laurea alla madre, Maria Righetti.

Il suo grande amore verso gli animali

Alberto amava gli animali tanto quanto gli esseri umani e diffidava di coloro che li maltrattavano perché, diceva, che non avrebbero esitato a fare lo stesso verso i propri simili. Ebbe 18 cani, di tutte le razze: li teneva in casa e li lasciava dormire sui letti. Via via che morivano, Alberto li seppelliva nel giardino della villa in via Druso. Su ogni sepoltura piantava delle rose a memoria di quelli che lui definiva amici veri e compagni fedeli. Tra Alberto e i cani c’era un rapporto di piena libertà e rispetto tanto è vero che lui li definiva “persone”.

Alberto Sordi in casa con i suoi amati cani (1955) (Foto per gentile concessione ©Reporters Associati & Archivi – Roma)

 Il suo rimpianto

Tuttora amato e conosciuto in tutto il mondo, nella sua lunga carriera artistica durata oltre cinquant’anni ha ricevuto numerosi e prestigiosi riconoscimenti: 9 David di Donatello, 6 Nastri d’argento, un  Orso d’oro e un Orso d’argento a Berlino, un Golden Globe e il Leone d’oro alla carriera alla Mostra del cinema di Venezia ma aveva un rimpianto: quello di non essere mai stato candidato dall’Italia agli Oscar. Però era speranzoso, ricordava sempre che Charlie Chaplin lo aveva ricevuto a 83 anni. Invece Alberto è morto proprio a 83 anni ma l’Oscar non è mai arrivato. Ma forse il fatto di essere così popolare e così amato da tutte le fasce di età e di ceto sociale hanno giocato a suo svantaggio: per gli snob della cultura queste caratteristiche sono ancora oggi viste come negative. In effetti Alberto non ha mai amato i critici cinematografici e la loro aria di superiorità che faceva apprezzare i grandi talenti soltanto dopo morti. Diceva: “Questo è un Paese dove i critici si commuovono solo davanti ai sarcofagi”. E pensare che l’Albertone nazionale è ancora molto amato anche nel Sud e Centro America, in Russia, in Australia e negli Stati Uniti. Proprio in America, nel 1997, Los Angeles e San Francisco gli dedicano una rassegna di 24 film dal titolo “Alberto Sordi: Italy’s everyman” che riscosse un grandissimo successo e, a metà degli Anni ’80, si svolse un’importante retrospettiva dei suoi film a New York.  Una soddisfazione, postuma, Alberto l’ha avuta a marzo del 2003, un mese dopo la sua morte: in un filmato in cui comparivano grandi attori e registi scomparsi come Billy Wilder apparve l’immagine del suo faccione in una sequenza del film  diretto da Ken Annakin “Quei temerari sulle macchine volanti” del 1965. Oscar o meno continuerà a rimanere nella memoria di tutti.

La sua Roma che non c’è più

Il 15 giugno del 2000, in occasione del suo ottantesimo compleanno, l’allora sindaco di Roma Francesco Rutelli si tolse la fascia tricolore e per un giorno la affidò ad Alberto, già soprannominato da tutti l’ ottavo re di Roma. D’altronde, come disse lo scrittore Furio Scarpelli, “Alberto Sordi aveva saputo monumentalizzare il suo essere romano”. Nei suoi ultimi anni di vita soffriva per come era stato ridotto il centro storico della capitale, deturpato dal traffico e dai rifiuti. “La Roma attuale – affermava –  non mi piace ma amo Roma perché ci sono nato e non saprei vivere in nessun’altra città del mondo”. A Umberto Piancatelli, sul Radiocorriere  del novembre del 1999, rivelò: “Abbiamo esagerato in libertà. Non si può fare quello che si vuole e considerare Roma una città qualunque. A Roma ci sono opere artistiche e storiche di inestimabile valore. C’è la storia del mondo. Siamo arrivati a questo degrado perché Roma ha allargato le braccia e ha fatto entrare tutti. Siccome qui c’è un clima unico, si mangia, si beve e non si lavora, tutti hanno detto: annamoce pure noi. Sono venuti e hanno costruito baracche e baracchette che con il condono sono diventate regolari”. Sui romani Alberto diceva: “Non parlano in dialetto, si esprimono male perché sono pigri”, ma ricordava che i più grandi doppiatori sono romani. Dava la colpa all’indole dei romani che rende loro difficile correggere le doppie.

Il produttore Dino De Laurentiis propose ad Alberto di trasferirsi in America ma lui gli rispose che conosceva bene gli italiani, i loro pregi e i difetti. “La mia Hollywood –  spiegò – è stata sul Tevere, sul Po, sul Piave, sul Volturno non a Beverly Hills”. Alberto mi diceva che la voce e l’immagine continuano a vivere anche dopo la morte. È  vero, lui non è più tra noi ma i suoi film lo hanno reso immortale. Un artista che ha dedicato la propria vita al suo pubblico che considerava una famiglia, quello stesso pubblico che non lo dimenticherà mai e che lo rimpiange perché dopo di lui è stato gettato lo stampo. Con un mio aforisma posso dire che Alberto è stato il più grande uomo a rappresentare l’uomo medio italiano.

Igor Righetti con lo zio Alberto Sordi in un’immagine degli anni Novanta

Alcune curiosità

Albertone teneva molto alla sua immagine e ad avere un aspetto curato: aveva sempre la barba fatta e portava con sé un pettine per avere i capelli in ordine in ogni situazione.

A pranzo mangiava di solito un piatto unico: spaghetti con le polpette al pomodoro. Amava il sugo di pomodoro ma non sopportava i suoi semi e non li voleva sentire tra i denti.

Non rinunciava mai alla pennichella pomeridiana di almeno un’ora, un’ora e mezzo. Quando girava, preferiva saltare il pranzo che perdere il suo rituale riposo.

Alberto, come si sa, era un grande tifoso della Roma, ma non amava seguire le partite in televisione: preferiva sdraiarsi sulla poltrona del suo studio o sul letto e ascoltare la radiocronaca.

Considerava suoi figli i suoi film che custodiva gelosamente (conservava tutte le copie cinematografiche, i copioni, le foto di scena, i ritagli dei giornali e in alcuni casi anche i costumi) e li amava tutti allo stesso modo.

I produttori del film “I vitelloni”, a cui Alberto partecipò, non lo volevano. Fu soltanto grazie alla caparbietà del suo amico Federico Fellini, regista del film, che Albertone poté avere un ruolo. Ma la condizione fu che il suo nome non sarebbe dovuto apparire sui manifesti. Fu il grande successo del film e del personaggio da lui interpretato a costringere i produttori a staccare i manifesti dai muri e a ristamparli con il nome di Alberto in bella evidenza in quanto il successo al film lo aveva dato anche lui con il famoso gesto dell’ombrello rivolto ai “lavoratori della malta”.

Fellini svelò il motivo per il quale i produttori non volevano Sordi: “Quando io rivolli nuovamente Sordi per ‘I vitelloni’ fecero di tutto per sconsigliarmi perché c’era stato l’insuccesso di ‘Mamma mia, che impressione!’ e dello “Sceicco bianco”. Sostenevano che Sordi non solo non attirava, ma respingeva il pubblico”.

La celeberrima frase pronunciata dal Marchese del GrilloAh… me dispiace. Ma io so’ io… e voi nun siete un cazzo!” è una citazione da un sonetto di Giuseppe Gioachino Belli espressa a modo suo dal grande Albertone.

Il regista e attore Mario Bonnard ha diretto Alberto Sordi in film come “Mi permette, babbo!” del 1956 e “Gastone” del 1960. Sua, la nota argomentazione fatta propria da Alberto Sordi sull’impossibilità di contrarre matrimonio: “Che faccio? Mi metto un fagottone nel letto? Un’estranea in casa?”. Mario Bonnard gli fu presentato dall’antiquario Apolloni, amico di Alberto.

Nella celebre scena del film “Amore mio aiutami” del 1969  girata sulla spiaggia di Sabaudia, in cui Alberto si scagliava su Monica Vitti inseguendola e picchiandola per diversi minuti, la controfigura della bionda attrice romana fu una giovanissima Fiorella Mannoia (allora quindicenne).

Anche nel film in tre episodi “Le coppie” del 1970, sempre con Alberto Sordi, Fiorella Mannoia girò la scena al posto di Monica Vitti la quale non se la sentì di affrontare un leone neppure protetta da un vetro.

Alcuni tra i più grandi attori e registi americani hanno detto di lui:

Dustin Hoffman: “Quello che ho imparato per fare l’attore comico lo devo ad Alberto Sordi”

Martin Scorsese: “Alberto è stato un’inimitabile icona del genio espressivo italiano”

Jack Lemmon: “Il mio maestro è Alberto Sordi”

Francis Ford Coppola disse che “Il mafioso” (che Alberto girò nel 1962 con Alberto Lattuada) era il miglior film mai fatto sulla mafia.

Robert De Niro conserva 100 cassette dei film di Alberto Sordi

La pagina Facebook ufficiale www.facebook.com/albertosordiforever

La pagina che ho ideato non ha nulla a che vedere con le classiche fan page dedicate alle celebrità ma contiene aneddoti, curiosità, foto e ricordi di famiglia, video interviste rare, informazioni inerenti le iniziative che noi parenti promuoviamo per ricordare Albertone come l’evento itinerante “Alberto Sordi segreto”.

Uno spettacolo unico e di grande successo che può essere promosso da Enti pubblici e privati in teatri, piazze e arene

“Alberto Sordi segreto: l’uomo e l’attore”

L’evento itinerante per scoprire il lato privato e sconosciuto del grande artista

“Alberto Sordi segreto: l’uomo e l’attore” è il titolo dell’evento itinerante,  organizzato dall’Associazione culturale “Pensieri in libertà”, che sta riscuotendo grande successo in tutta Italia, dedicato al re della commedia Alberto Sordi, l’artista amatissimo non soltanto nel nostro Paese, che ha percorso la storia della nazione e dei suoi abitanti dal Dopoguerra alla fine del secolo dimostrando di essere un analitico osservatore della nostra società. L’obiettivo è di presentarlo sotto un profilo intimistico tramite aneddoti e ricordi familiari raccontati dal nipote Igor Righetti, attraverso immagini inedite tratte dagli album di famiglia, foto, audio e video rari. L’evento viene aperto dai responsabili dell’Ente promotore i quali esprimono il proprio pensiero sul grande attore e su che cosa ha rappresentato per l’Italia. Scoprire le sue abitudini, il suo modo di affrontare la vita, i suoi rimpianti,  il suo rapporto con la spiritualità e con l’amore, con la politica per rendere omaggio a un grande italiano apprezzato in tutto il mondo. In qualità di esperto di comunicazione, di giornalista, autore e conduttore radiotelevisivo e di nipote di Alberto Sordi (da parte della madre, Maria Righetti) Igor Righetti si sofferma anche sulle sue opere cinematografiche, dall’incerto avvio di carriera al successo internazionale. Sul palco salgono anche il cugino dell’Albertone nazionale, Renato Ferrante, attore anch’egli la cui somiglianza è impressionante, e Patrizia de Blanck la quale ebbe una relazione sentimentale con Alberto Sordi. L’Albertone nazionale era riservatissimo, non amava l’ostentazione e la sua vita privata era blindata. Durante lo spettacolo, il pubblico scoprirà le sue abitudini, i suoi rimpianti, i suoi amori mai svelati, la sua umanità verso i più bisognosi, il suo modo di affrontare la vita, il suo rapporto con la famiglia, i giovani, la spiritualità, il suo pensiero sulla politica  italiana. E ancora: come nasce la leggenda della sua presunta avarizia, perché non si è mai sposato, perché non ha mai fatto un programma televisivo tutto suo e come nascevano i protagonisti dei suoi film. Un evento unico per scoprire il lato privato di un grande artista, ricco di emozioni, di ampio interesse e molto divertente così come era il celebre attore. Chi fosse interessato a ospitare l’evento può rivolgersi a: info@mesepermese.it.